Storia, magistra vitae – La piazza fortino

Cultura & Società

Piazza Fontana Piazza San Babila

Sono a Milano da tre anni, ormai, e ne ho visitato gran parte.

Ovviamente il luogo che conosco meglio è piazza Duomo, praticamente al centro della città.

Lasciandosi la struttura religiosa sulla destra, andando dritto, si prosegue per corso Vittorio Emanuele, una delle tante vie dello shopping milanese; dopo 500 metri, si sbuca in piazza san Babila, piazza che prende il nome dalla chiesa intitolata in ricordo del santo di Antiochia, nota soprattutto a mio figlio che apprezza molto il Super Store Lego.

Ricordo quando negli anni ottanta, in visita ai miei parenti “milanesi”, assistevo al brulicare dei cosiddetti “paninari”, sottocultura molto importante nel panorama giovanile italiano dell’epoca.

Negli anni Settanta però “san Babila” era un’altra cosa.

Era una trincea, un fortino, dentro al quale vi erano ragazzi poco più che maggiorenni che lottavano contro altri loro coetanei per il controllo del territorio: ragazzi di estrema destra contro ragazzi di estrema sinistra, fascisti contro “antifascisti militanti”, neri contro rossi, occhiali da sole Ray-Ban e stivaletti Barrow’s gialli contro eskimo e “Hazel 36”, giovanissimi contro altri giovanissimi, vite spezzate contro altre vite spezzate da entrambe le parti.

Piazza san Babila aveva tre significati allora: “difesa” per i neofascisti, “un qualcosa da distruggere” per quelli di sinistra, “paura” per il cittadino milanese lontano dalla lotta politica.

Se la lotta politica fra parti diverse ci poteva anche stare, i cittadini milanesi estranei a questa contesa potevano passare dei guai se, transitando dalle parti della “trincea nera”, avevano un abito particolare (sciarpa rossa, capelli lunghi, barba incolta) e potevano essere assaliti con la scusa di essere “di sinistra”, quando ai passeggiatori magari della politica non interessava nulla.

La città di Milano è legata, nel bene e nel male, al fascismo: in piazza san Sepolcro Benito Mussolini, ex direttore de “L’Avanti!” e socialista interventista, creò i Fasci Italiani di Combattimento il 23 marzo 1919, il partito precursore di quello che dal 1921 si chiamerà Partito Nazionale Fascista.

Milano è stata la capitale “morale” della Repubblica Sociale Italiana. Milano è stata un baluardo dell’antifascismo, con l’apice nella morte dei quindici partigiani trucidati e lasciati sul posto in piazzale Loreto il 10 agosto 1944, e lo stesso piazzale Loreto è stato teatro dell’esposizione dei cadaveri di Mussolini, della sua amante Clara Petacci e di altri gerarchi fascisti.

Eppure Milano, città premiata per valore militare nonostante le sue giunte “rosse” dal 1946 in avanti, covava al suo interno una forza “nera” tanto forte quanto inattesa. E proprio la capitale economica del Paese è stata teatro della prima strage di quella che divenne la strategia della tensione, la bomba nell’atrio della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana che causò, il 12 dicembre 1969, 17 morti, 88 feriti e una striscia di sangue e paura che si concluse il 2 agosto 1980 (con la bomba alla stazione di Bologna, che causò 85 morti e 200 feriti).

Milano era stato teatro della prima morte “politica” in piazza, quella del poliziotto ventiduenne Antonio Annarumma avvenuta il 19 novembre 1969 a seguito degli scontri tra extraparlamentari di sinistra e Movimento studentesco contro le forze dell’ordine; Milano vide la morte di Giuseppe Pinelli a seguito della sua caduta dall’ufficio del commissario Luigi Calabresi il 15 dicembre 1969 (assassinato a sua volta il 17 maggio 1972 da esponenti di Lotta Continua); a Milano si mosse Giangiacomo Feltrinelli; a Milano nacquero le Brigate rosse e altri movimenti armati, come la Volante Rossa, Gruppi Azione Partigiana, il Gruppo XXII Ottobre. E ancora Milano è stata la base del Movimento studentesco, del connubio tra marxismo e alta borghesia; la città del magistrato Luigi Bianchi d’Espinosa e della sua battaglia per mettere al bando il MSI, e la possibilità per i “rossi” di avere un pretesto per fare la guerra ai neofascisti, ma anche la Milano del “rapporto Mazza” del dicembre 1970.

Nelle scuole e nelle università era iniziata in quel periodo (o comunque a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta) una vera e propria “caccia al fascista” da parte di giovani vicini all’estrema sinistra, dai quali venivano stilate liste di proscrizione con i nomi di tutti coloro in odore, o vicini, al Movimento Sociale Italiano o che erano simpatizzanti del neofascismo, militanti o no.

A partire dal 1967 la Giovane Italia, l’allora movimento giovanile del MSI, aveva una piccola sede al primo piano di un palazzo di corso Monforte al civico 13 a pochi passi da corso Venezia. Il gruppo giovanile del Movimento Sociale Italiano si era trasferito da via Serbelloni, in zona corso Venezia. Erano gli anni della Contestazione, delle lotte e delle manifestazioni politiche e studentesche e delle occupazioni delle fabbriche. Il partito neofascista ebbe un forte incremento di iscritti, ma non capì le necessità dei giovani. E i giovani in quegli anni videro nella bella piazza di san Babila una seconda “sezione” dove trovarsi e discutere.

Nel giugno 1970 successe qualcosa di inaspettato: la fusione di Giovane Italia e Raggruppamento in un’unica sigla, il Fronte della Gioventù, con la chiusura della sede di corso Monforte per spostarla in via Burlamacchi, nei pressi di corso Lodi, in Porta Romana.

Nel dicembre 1970 a pochi giorni dall’ennesimo scontro fisico tra Movimento studentesco e forze dell’ordine, l’allora Prefetto di Milano Libero Mazza fece pervenire all’allora Ministro degli Interni, Franco Restivo, un rapporto (detto “rapporto Mazza”) in cui descrisse il fatto che nella città di sant’Ambrogio gli extraparlamentari di sinistra erano armati e ben organizzati tanto da creare un ambiente pesante per l’ordine pubblico, con i “rossi” meglio organizzati dei “neri”, rappresentavano un vero problema per la città, visto che si contavano in oltre 20mila soggetti armati.

San Babila era il fulcro della destra cittadina. Lo spazio nemico dei “sanbabilini” era la vicina università “Statale”, feudo del Movimento studentesco.

Molti ragazzi gravitanti intorno a piazza san Babila (oltre il centinaio) erano politici e credevano nell’ideale, ma molti altri, forse spinti dall’adrenalina e dal non essere legati al partito, usarono la piazza come valvola di sfogo di violenze e soprusi.

In un contesto di violenza e di lotte, non poteva che scapparci il morto. Ma il morto non fu né un neofascista e né un “rosso”, ma un poliziotto di 22 anni.

Prima di addentrarci in questo grave fatto di cronaca nera, è da contestualizzare tutto il discorso.

Il MSI nel 1973 era in crisi nonostante i tanti tesseramenti del biennio precedente e il boom elettorale. Troppi missini erano coinvolti nelle violenze di strada, troppi missini erano stati arrestati, troppi missini avevano un piede tra la legalità e l’illegalità. E quindi il partito, guidato in città da Franco Servello e da un gruppo dirigente che comprendeva Franco Petronio, Tommaso Staiti e i fratelli La Russa (figli dell’ex deputato Antonino), decise di scendere in piazza in difesa di sé stesso e contro la violenza “rossa”. E per il 12 aprile fu indetto un corteo per il centro con il comizio finale di Francesco Franco, senatore missino leader dei moti di Reggio del luglio 1970 – febbraio 1971.

La questura milanese concordò con i vertici milanesi del partito il tragitto del percorso e dove far tenere il comizio, in piazza Tricolore: siamo al 27 marzo. Ma la violenza era tanta e l’ordine pubblico era in pericolo: il 10 viene modificato il percorso per poi decidere di fare solo il comizio ma alle 12 del 12 aprile la questura annullò tutto. L’allora prefetto Mazza, a cinque ore scarse dal comizio, decise di sospendere tutto, con Servello molto arrabbiato per il “bidone” all’ultimo minuto. L’ordine era che fino al 25 aprile (una data a caso?), in città non dovevano tenersi manifestazioni e comizi.

Alle 12 la situazione era questa: il MSI e il Fronte della Gioventù erano in piazza Tricolore con Franco, mentre ai bastioni di Porta Venezia stazionavano gli extraparlamentari e i “sanbabilini”. Iniziò la guerriglia urbana.

Alle 14 esplose la prima bomba in piazza Tricolore, che distrusse un’edicola ma a parte due feriti (tra cui un poliziotto), non causò danni.

Per almeno quattro ore il centro fu messo a ferro e fuoco dai neofascisti, che irruppero in circoli e associazioni di sinistra, cercando lo scontro fisico con chiunque capitasse loro a tiro. L’aria era irrespirabile per colpa dei lacrimogeni delle forze dell’ordine, le strade erano piene di cocci di qualsiasi tipo.

Alle 18:10 si sentì un altro botto e venti minuti dopo un altro. E proprio l’ultimo fu il più grave. Le bombe esplosero in via Bellotti.

L’ultimo ordigno colpì due agenti, uno si alzò stordito mentre l’altro aveva uno squarcio al petto ed il volto sfigurato. Il poliziotto si chiamava Antonio Marino, aveva 22 anni e faceva parte della II compagnia del 3° reparto Celere.

La polizia, arrabbiata per la morte del collega, alzò la repressione e a fine giornata si contarono 64 neofascisti arrestati, altri 9 manifestanti feriti e 26 tra le forze dell’ordine. Per la prima volta i neofascisti avevano sparato contro le forze dell’ordine.

Il Movimento Sociale si dissociò, mettendo una taglia e tagliando così i ponti con i sanbabilini.

Sabato 14 aprile vennero arrestati Maurizio Murelli e Vittorio Loi, figlio del celebre pugile Duilio. L’organo della Fiamma, “Il Secolo d’Italia”, mise la notizia in prima pagina specificando che gli arrestati non erano iscritti al partito.

I media nazionali fecero un grande clamore dei fatti di via Bellotti e si chiese la messa al bando del MSI. Il partito nato nel 1946 visse momenti tragici e i vertici temevano che la “legge Scelba” avrebbe posto fine al partito.

Ma “in favore” della Fiamma arrivò il rogo di Primavalle: il 18 aprile 1973 venne bruciata la casa-sezione del MSI di quella zona nord-ovest di Roma. L’incendio fu doloso e perirono i due figli del locale segretario missino, arsi vivi, Virgilio e Stefano Mattei, di 22 e 8 anni. L’eco fu molto imponente e il partito passò in men che non si dica da “carnefice” a vittima.

Il 10 aprile 1975 si aprì il processo contro i responsabili della morte di Antonio Marino. Gli imputati furono ben 41, ma Murelli e Loi avevano l’accusa più grave: omicidio aggravato. Con Loi accusato anche di aver calunniato il tenente colonnello Santoro di averlo istigato alla confessione.

Il 27 maggio 1975 la Corte di Assise di Milano pronunciò la sentenza e condannò gli allora “sanbabilini” alla sbarra: Murelli, Loi, Azzi, Marzorati, Locatelli e Ferri. I neofascisti (di cui tre con indosso gli occhiali da sole) si alzarono, fecero il saluto romano e urlarono “Sieg Heil”, lo slogan nazista per antonomasia.

Il terribile 1973 di Milano vide una seconda strage, quella della Questura del 17 maggio: ad un anno dalla morte di Calabresi, la questura milanese decise di ricordare il commissario con l’apposizione di un busto e con un comizio dell’allora ministro degli Interni democristiano Mariano Rumor. A lanciare l’ennesima bomba fa Gianfranco Bertoli, un anarchico vicino sia all’estrema destra che all’estrema sinistra, e per un errore di traiettoria la bomba non colpì Rumor ma la gente intorno alla questura.

Tre agenti morirono insieme a un passante.

I fatti del “giovedì nero” portarono al declino del fenomeno “sanbabilino”: la politica attiva stava lasciando spazio alla criminalità. Se i “rossi” usavano mani, coltelli, spranghe e “Hazel 36”, i “neri” usavano bombe e armi e la sfida divenne impari.

A partire dal 1975 cambiarono i luoghi e gli interpreti: Milano e il Veneto lasciarono il passo a Roma, che divenne la nuova capitale del neofascismo italiano, con i protagonisti che divennero giovani per nulla legati al vecchio passato nostalgico, lontani dai partiti e senza una vera e propria ideologia, se non quella dell’uso della violenza di strada e con l’obiettivo di colpire anche le forze di polizia, diventate in quegli anni un nemico al pari degli extraparlamentari.

E anche a Roma ci furono scontri, morti e feriti.

Ma anche a Milano ci scappò un altro morto: Sergio Ramelli, il 29 aprile 1975. Missino, aveva diciannove anni quando fu braccato da alcuni giovani di sinistra nei pressi della sua abitazione di via Paladini, zona Lambrate. Subì un gravissimo trauma cranico a seguito dei colpi infertigli da esponenti di Avanguardia operaia con le chiavi inglesi. Morì in ospedale dopo 48 giorni di coma. Ramelli era stato schedato in quanto fascista e in quanto in un tema aveva scritto parole di fuoco contro il terrorismo rosso. La morte di Ramelli fece ancora di più salire il tono dello scontro a Milano contro la sinistra.

Il clima milanese era infuocato, tanto che le sinistre scesero in piazza per manifestare contro il fascismo dilagante in città. La città era in mano alla violenza più cupa: da una parte si assaltarono i locali di sinistra e dall’altra si volle mettere in prigione tutti i neofascisti. Quel giorno si tenne un corteo della sinistra extraparlamentare, Lotta Continua a Avanguardia Operaia. Un pezzo di corteo si staccò e si fiondò su alcuni ragazzi del MSI lì vicino intenti a fare gli attacchini in favore di Ramelli. Ne scaturì una grande colluttazione e il 21enne avanguardista Antonio Braggion, in difficoltà, si nascose in macchina e tirò fuori una pistola. Il giovane missino sparò in faccia ad uno degli aggressori, Claudio Varalli. Morì poco dopo il suo arrivo all’ospedale.

Il momento che segnò un solco tra passato e (allora) presente neofascista fu la strage di Acca Larentia, nella zona Tuscolano di Roma, quando il 7 gennaio 1978, davanti alla locale sezione missina, un commando di extraparlamentari rossi fece fuoco contro dei giovani missini fuori dalla sezione. Morirono due giovani sul colpo (Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta), mentre negli scontri della sera cadde un terzo neofascista, Stefano Recchioni. Le vittime avevano, rispettivamente, 20, 18 e 19 anni. La strage del Tuscolano fu il punto di non ritorno dei “neri” romani: da allora nacquero i NAR, TP e il 2 agosto 1980 ci fu la strage di Bologna. Ma con la bomba in piazza delle Medaglie d’oro il movimento di San Babila era già morto e sepolto da almeno cinque anni.

Nel 1977 si entrò nell’anno più caldo. L’emblema di quell’anno fu l’immagine del ragazzo che, con indosso un passamontagna, spara ad altezza d’uomo in mezzo a via Carducci, nei pressi dell’Università Cattolica.

Ma il Mondo stava cambiando: i tre regimi fascisti allora vigenti in Europa erano al collasso ed il 25 aprile 1974 (Portogallo), il 24 luglio 1974 (Grecia) e il 20 novembre 1975 (Spagna) terminarono la loro esperienza per fare posto dopo anni alla democrazia; il 9 agosto 1974 Richard Nixon si dimise da Presidente degli Usa per colpa della “scandalo Watergate”, la guerra del Viet Nam vide il ritiro americano il 27 gennaio 1973 (con gli accordi di pace di Parigi) ed il 30 aprile 1975 Saigon cadde in mano Viet Cong; il 12-13 maggio 1974 si tenne il referendum abrogativo sul divorzio, con la schiacciante vittoria del “No”.

Ha senso parlare oggi dei fatti di san Babila? Ovviamente si, perché le vicende della piazza nera milanese sono state uno spaccato di un’Italia che ora non c’è più.

Per la difesa di una piazza e di un’ideologia molti diedero via i migliori anni della loro vita, tra risse, battaglie, menomazioni, carcere e morte. Non si tratta di riabilitarli, ma di far sapere che bisogna sempre lottare per un qualcosa cui si tiene e si crede, anche se magari è sulla parte “sbagliata”. I tempi odierni non sono come gli anni Settanta e molti non capiscono il significato di ciò che furono i Settanta.

San Babila è stato un coacervo di persone, un via-vai di uomini e donne continuo con un unico obiettivo: la difesa del fortino. Essendo posizionata a pochi passi dalla “Statale”, molti avevano paura che i rossi potessero invadere la piazza e di usurpare loro il feudo. Per questa ragione, molti di loro a partire dal 1971 si presentarono armati, non solo alle manifestazioni e a comizi, ma anche quando si ritrovavano in piazza san Babila per un semplice incontro o per uscire insieme.

San Babila aveva anche una disciplina per i neofascisti: comportarsi sempre bene, non tradire gli amici, non fare i delatori, non cadere in comportamenti grotteschi ed essere il più possibile retti e vicini agli amici in difficoltà, con la pena di essere emarginati dal gruppo.

Tra i “sanbabilini” era in vigore un certo codice cameratesco di solidarietà ed ogni momento era buono non solo per fare politica, ma anche per trovarsi insieme e trascorrere le serate andando anche fuori a cena o a bere qualcosa in qualche locale, non necessariamente “d’area”. Ovviamente la piazza nera era eterogenea: dai giovani con idee politiche ai classici “cani sciolti”, da fuori usciti della Giovane Italia e del Fronte della Gioventù a fomentatori, a futuri delinquenti. Tutti cresciuti con il mito della piazza nera.

Camminando ora in san Babila non rimane nulla di quel periodo e quando si entra nella piazza, in questi ultimi anni, riqualificata e diventata ancora più bella di prima, sembra strano che quarant’anni fa quello spazio facesse così paura. Ma erano anni paurosi quegli anni Settanta.

E chi, non si sa per quale motivo, li rimpiange dovrebbe capire di più la situazione che si viveva allora. Partendo proprio dalla tragedia dei giovani neofascisti di piazza san Babila, la piazza nera fortino.