Mi chiamate “signore”, per favore?

Cultura & Società

Mi chiamano “caro” e mi danno del tu. Non ne posso più. Sarà l’età, certamente sarà l’età, certo è che non riesco ad abituarmi ad essere caro a tutti. Adesso anche alle signore cinesi nel bar su Palmiro Togliatti, sono caro. Caro per tutti, caro a tutti. A Roma c’è l’inflazione del termine “caro”, ha preso il posto di “signore”.

Al supermercato vicino casa, ma anche alla Esselunga e anche a Panorama: “Ha la tessera caro?”, anziché: “Ha la tessera signore?”. “Serve una busta caro?”. Evito più possibile di fare domande per non sentirmi chiamare “caro”. Cerco di prevenire, prima che al bar mi chiedano:  “Che cosa prende caro?”, dico subito io che cosa prendo: “Caffè e cornetto, questo cornetto”, e glielo indico, per evitare che mi chieda: “Quale preferisce caro?”.

Ma il “caro” arriva ugualmente: “Ecco caro”. E va bene, almeno ne ho evitato uno di “caro”. Io vorrei essere chiamato “caro” solo dalle persone cui sono veramente caro, dai familiari, dalle care figlie, dalla cara moglie, da un caro amico. E se devo dire la verità, non gradisco neppure il “Caro Pierri” nella corrispondenza. Scrivo, tanto per far un esempio, a Beppe Severgnini: “Gentile dottor Severgnini…”. Risposta: “Caro Pierri…”.  “Gentile direttore…”. Risposta: “Caro Pierri”. Ma se io ho scritto “gentile dottor, gentile direttore”…  E col medico di famiglia? Insisto nel dargli del lei, non sono abituato, capite?, non sono abituato a dare del tu alle persone con le quali non ho familiarità, e lui insiste nel darmi del tu. Ed è più giovane di me.  Io ho la barba bianca. Perché, dottore, mi dà del tu? Non ne posso più. Ovviamente ci scherzo un po’ su, però mi chiamate “signore”, per favore?