Salvatore Quasimodo nella grecità dei miti  a 50 anni dalla morte

Cultura & Società

di Pierfranco Bruni

Pierfranco bruni e l’attore Alessandro Quasimodo

A Roccalumera le eredità di Modica. La grecità sommessa. “…la corda… mediterranea…”. La virgilianità che recupera l’omerico senso del viaggio. Il pianto antico. Il vento che raccoglie le ore di Tindari. La madre nella sua “dulcissima” ora. Il padre tra le macerie della guerra e del tempo che diventa rovina di una nostalgica memoria.

Salvatore Quasimodo, nato a Modica il 20 agosto del 1901, formatosi a Roccalumera dove ha attraversato radici e infanze, e morto a Napoli il 14 giugno del 1968) in una religiosa parola che diventa linguaggio dell’uomo nella sua contemporaneità e nella sua pietas. Una madre. Una terra. La ricerca della cristianità. Salvatore Quasimodo ha cercato di leggere la madre e la terra con la spiritualità e la testimonianza.

Nella sua vita si intrecciano Giorgio La Pira e Luigi Pirandello. Si intreccia la Magna Grecia. I lirici greci. Soprattutto Leonida di Taranto. La sua è un abitare il vento e le voci greche del Mediterraneo.

Quasimodo:

“Il greco ritornava a essere ancora un’avventura, un destino a cui i poeti non possono sottrarsi”.

A Leonida di Taranto dedica, oltre alla traduzione, un saggio di straordinaria valenza estetica. L’esilio interiore di Leonida è il suo esilio in viaggio. Un Quasimodo legato profondamente a Leonida e a D’Annunzio.

Di Leonida dirà:

“… era un uomo libero, figlio di una città che ai tempi in cui vi abitava era ancora l’emblema di una confederazione civile nemica dei compromessi e favorevole al rispetto dei diritti dell’uomo…”.

Una terra che è isola. Un’isola che è mondo arabo e greco. Cristianità e rivelazione. La stessa terra, lo stesso viaggio, lo stesso camminamento esistenziale.

Giorgio La Pira fu suo amico in una profondità scavata in quella cristianità che è essere e tutto attraverso l’esempio, la testimonianza, il Vangelo. Amici per terra e per fede. Insieme per un senso sacro e un orizzonte d’anime. La loro amicizia nasce all’interno di una Sicilia e di una geografia che ha le rughe di una antropologia dell’umanesimo ma anche dell’erranza.

Una ricerca che non è soltanto storica con un vento mediterraneo che soffia su Tindari e su Modica o su Pozzallo. Una ricerca che stringe in un battito l’Uomo e il Divino.

La “Mater dulcissima”  di Salvatore Quasimodo ha la malinconia onirica dei cammini che scavano nella coscienza della propria esistenza. Ha la nostalgia del viaggio che diventa subito errante dimensione di una eredità mai pervasa dall’oblio.

Il distacco e la lontananza.

Sono due riferimenti obbligati che toccano la sfera della sensibilità, ma anche la “cifra” del tempo che sgretola ogni certezza. Il tempo non ha certezze perché tutto distrugge nel momento in cui “scendono le nebbie”, ovvero quelle nebbie che si metaforizzano in un esilio che nasce dalla diaspora.

Il dolore è l’immenso che trincera ogni lontananza.

La madre è la ferita nella dolcezza.

La madre quasimodiana ha molta attenzione di un immaginario antropologico che si vive nel dialogo tra Pirandello e sua madre. In Quasimodo, corregionale non solo geografico di Pirandello, si avverte la melodia della malinconia che si legge nel drammatico orizzonte di una sicilianità che è tragico senso mediterraneo.

La corregionalità, appunto, non è solo una appartenenza fisica ad una terra, ma è un sentire comune di un passaggio che diventa paesaggio del senso delle tristezze velate anche nel suono delle parole.

C’è in entrambi il linguaggio della tristezza.

Quella morte di pietà  e quella morte di pudore di Quasimodo è un attraversare i solchi di una morte sdoppiata in Pirandello, quando, lo stesso Pirandello, si pone davanti ad una riflessione che diventa l’enigma della vita.

Sono io che sono morto in te, dice Pirandello alla madre che non c’è più. Lui si sente figlio ed è figlio di una madre che non c’è più. Il figlio è nella consapevolezza dell’assenza della madre. Un incastro certamente metafisico, ma distante da una spiritualità cristiana.

Quasimodo si specchia nell’uomo, in quell’uomo che vedrà crocifisso o battere il sogno nella carlinga di un aereo. La Pira vive il suo Cristo che diventa il Cristo della Resurrezione attraverso la Parola. Quella Parola che “userà” il suo amico – fratello Quasimodo per recitare il dolore e la magia dei linguaggi nelle distanze oltre l’isola.

L’isola è l’appartenenza metafora sia di Giorgio che di Salvatore. Una appartenenza che resterà tra le pieghe del cuore e lungo i destini nel dettato delle loro lettere che formeranno un carteggio di vita e di tagli di esistenza in una teologia e in un mistero in cui l’Essere è il tutto del loro viaggio verso il continente.

Nelle lettere di La Pira c’è la geografia di una consistenza umana nella quale l’incontro diventa una eredità di vite vissute lungo i sentieri dell’ascolto o degli asciolti. Un carteggio che è  rintracciabile nel testo di G. La Pira – S. Quasimodo, “Carteggio”, curato da A. Quasimodo,  e pubblicato da Scheiwiller nel 1980; nel 1998 verrà pubblicata una nuova edizione ampliata e annotata e curata da Giuseppe Miligi, per l’editore Artioli.

La Pira, (generazioni della Messina terremotata) pone delle riflessioni molto attente sul legame tra la poesia e la religiosità della parola. Un La Pira che aveva studiato e amato scrittori come Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti. Un La Pira che conosceva la letteratura non solo della teologia del linguaggio poetica ma anche della sperimentazione delle avanguardie. Tanto che scriverà nel 1928 in una lettera da Monaco di Baviera questa chiosa straordinaria:

“…disponi della tua vita come un’offerta che tu, giorno per giorno offri al Signore: pensati apostolo (…) quando avrai reso così il tuo essere … quali altezze conquisterai col tuo canto?”.

La poesia come messaggio apostolico. È la bellezza del pensiero che esce da ogni sottosuolo e diventa miracolo per un ascolto della Parola che è sempre dettata da Cristo. Giorgio La Pira portava la dolcezza nel pensiero e la forza della delicatezza nella voce.

Mentre nella Pasqua del 1930 in un’altra missiva scriveva a Salvatore (Totò):

“La poesia è chiamata a cogliere il palpito invisibile delle cose visibili: quelle parole interiori che ogni cosa possiede, quella forma che ad ogni cosa imprime come un sigillo ed un’orma della bellezza divina”.

Ma cosa era la poesia per La Pira? Aveva, comunque, come punto di riferimento sempre i versi di Quasimodo. Sempre nella lettera del 1930 cesellava:

“…cantare in eterno la bellezza suprema della fonte di ogni esultanza: il Dio di bellezza infinita”.

Diventerà sindaco di Firenze, statista,operatore nelle culture ma, in fondo, resterà comunque costantemente un terziario francescano e domenicano. Anche la politica la affronterà secondo una chiave di lettura di partecipazione religiosa. L’avvicinamento al mondo cattolico e la sua richiesta di mistero in Quasimodo dipende anche dal suo dialogare con La Pira. Si condenserà nei versi di “Dare e avere” del 1966.

  1. Lettera di La Pira a Quasimodo:

“…io penso che il linguaggio sia la via del Signore: basta penetrarlo, basta scendere in esso, ricercarlo alle radici per vedere come da un solo tronco, da una sola inscindibile unità tutto si ramifica e sorge dalla Potenza all’ Atto: come la natura ha pochissimi semplici elementi che poi non sono che aspetti d’una semplicissima materia, così la lingua non ha che pochi suoni originari tutti provenienti da una Radice che non si riveli se non a chi vi mediti con fede e ammirazione: così l’albero dalle migliaia di foglie canta a primavera il suo silenzioso stormire, così il linguaggio dalle migliaia di fremiti ripete a Dio in ogni parola il suo grazie eterno: tutte le parole non sono che come le foglie, linfe disposte in maniera varia, ma linfe d’uno stesso corpo, d’una stessa origine, estremamente unite”.

La religiosità di Pirandello diventa sempre più antropologica, di una antropologia dell’umanesimo perché è l’uomo che resta e la sua assenza si fa assenza – distacco.

Forse in ciò si differenzia Quasimodo quando recita fortemente: “Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori”, e quando, soprattutto, sottolinea “dell’ironia che hai messo sul mio labbro, mite come la tua”.

Il filo del dialogante legame con la madre tra Quasimodo e Pirandello sembra addirittura un paradosso.

In Quasimodo insiste il sorriso e l’ironia.

In Pirandello il dolore dell’assenza  svuota di rimpianto il viaggio per farsi una erranza tragica.

C’è la tragedia in Pirandello.

C’è il dramma e l’ironia in Quasimodo.

Ma si separano ancora di più sulla visione del tempo, perché è il tempo, infatti, che stabilisce la misura tra la distanza, il distacco e la lontananza.

Quasimodo sembra voler fermare il tempo sul quadrante dell’orologio: “Ah gentile morte,/non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro…”.

Pirandello fa del tempo una metafisica.

In Quasimodo si articola il messaggio della ragione e della storia.

In Pirandello è il mistero che guida il senso degli orizzonti.

In Quasimodo c’è un addio: “Addio, cara, addio, mia dulcissima mater”.

In Pirandello c’è l’impossibile infinito e l’impossibile finito.

Una poesia che trascrive il sentire da una parte. Una poetica labirintica dall’altra. E l’assurdo della vita nella letteratura e della letteratura nell’esistenza sta in una contraddizione linguistica: il linguaggio come metafora del segreto e del chiaro che esce, zambraniamente, dal bosco.

Le esperienze vissute da Quasimodo con La Pira lo porteranno verso le vie delle “Confessioni”. Infatti le sue prime poesie, Quasimodo le pubblicherà nel 1917 sulla rivista “Nuovo Giornale Letterario”. La Pira lo spinse alla conoscenza del greco e del latino. Questa conoscenza lo condusse a diventare un traduttore acuto dei lirici greci e latini.

Cosa era, dunque, la poesia per La Pira? Da Vienna nel 1930 La Pira gli scriveva:

“…tu hai la virtù di apparirmi in uno sfondo di infinito: di quell’infinito luminoso e sereno che Gesù è venuto a dischiudere nelle anime”. E nel 1927: “…io non mi inganno quando penso che tu potresti col tuo verso – felice grimaldello che ti permette di aprire le mistiche case dell’anima- racchiudere brani notevoli di mistero: di quel mistero illuminato, e illuminante quale ce lo dà la Rivelazione di Gesù Cristo”.

La poesia è, dunque, rivelazione. La grande e “miracolosa” rivelazione che incontro di Eternità dopo la lettera di La Pira, Quasimodo scriverà dei versi di una pregnanza religiosa ricca di contenuti mistici:

“Mi trovi deserto, Signore,

nel tuo giorno,

serrato ad ogni luce.

Di te privo spauro,

perduta strada d’amore,

e non m’é grazia

nemmeno trepido cantarmi

che fa secche mie voglie.

T’ho amato e battuto;

si china il giorno

e colgo ombre dai cieli:

che tristezza il mio cuore

di carne!”.

Il titolo iniziale era, appunto, “Confessione” e successivamente avrà come titolo: “Si china il giorno”. Il loro rapporto durerà sino alla morte di Quasimodo e La Pira lo consegnerà alla sua quotidiana preghiera. Ma quasi tutta la poesia di Quasimodo ha una tensione spirituale.

Una spiritualità che accompagnerà sia la raffinatezza del linguaggio in termini estetici sia l’ontologia della parola che risulterà sempre più ardente metafisica dell’Incontro. Quasimodo era nato a Modica il 20 agosto del 1901 e morto a Napoli il 14 giugno del 1968. Giorgio La Pira era nato a Pozzallo il 9 gennaio del 1904 e morto a Firenze il 5 novembre del 1977.

Due cittadine ragusane a distanze di non più di 16 chilometri.

La Pira, quasi a conclusione della sua missiva del 1930, trovava in Quasimodo:

“…Ormai non cerchiamo che le cose del cielo: al cielo è rivolto il nostro cuore: e canta in esso e pesa in esso tutto l’amore eterno della nostra patria sospirata! La Gerusalemme celeste!”.

La poesia non è forse una Gerusalemme Liberata?

Giorgio La Pira resta il primo e sincero lettore della spiritualità poetica e umana di Salvatore Quasimodo, Nobel 1959.

Lettera di Giorgio La Pira a Salvatore Quasimodo. 1930:

“A quelli che non credono in Cristo rispondiamo con quest’unico argomento: Cristo solamente poteva compiere questo divinissimo miracolo della mia interiore resurrezione: Egli solo poteva aprirmi le porte del gaudio e dell’esultanza: Egli solo Dio fatto uomo -poteva rendere alla mia anima una verginità che la rende più splendente degli Angeli!

Ed in quest’amore pieno e confidente per Gesù rinnova con frequenza i tuoi giorni.
Tu l’avrai certamente ricevuto nel tuo cuore, pane di vita, il Signore Sacramentato: ebbene, abitua la tua anima ad avere più fame di questo pane: a sempre più dissetarsi a questa fonte d’acqua eterna!
Uniti nel comune sentimento di immensa gratitudine, con l’animo esultante di speranze immortali, cantiamo assieme agli Angeli: Alleluia, Alleluia!”.

Un viaggio spirituale che ci pone oltre le parole. Ci viaggia nell’anima. I linguaggi sono oltre. sempre. Resta la Contemplazione.

Ad usare la classicità come lingua, comunque, è Quasimodo con il suo “mater dulcissima”, in una ricerca di religiosità profonda.

Pirandello ha la classicità nell’immaginario del suo dialogare tra l’io vivo e la madre morta e ci coscientizza nell’Essere errante. Una recita nel teatro che taglia la vita dalla morte e le carte non sono intrecciabili, ovvero non si possono mischiare e confondere.

Tu in me sei viva, dice Pirandello, ed io sono morto in te perché tu non ci sei più. Non c’è rievocazione, ma tragedia.

La rievocazione, non la sublimazione, c’è, invece, in Quasimodo. Rievocazione che è ricordo.

La memoria è in Pirandello, una memoria che avvicina sempre più lo scrittore ad una solitudine contemplante.

La rievocazione del ricordo – dolcezza madre in Quasimodo.

La memoria madre tragedia in Pirandello.

Contemplazione! La poesia attraversa il reale per vivere metafisicamente il senso e l’ascolto della contemplazione. Una contemplazione che segna il profondo cammino del viaggio spirituale di Quasimodo, La Pira e Pirandello. Un viaggio in cui l’attraversamento del mito grecità diventa il pitagorico segno di Leonida di Taranto.

La poesia che si fa lirismo spirituale in un canto in cui l’epigrammismo diventa nostalgico senso della terra e del mare in un tempo si attraversa:

“un pellegrinaggio nel Mediterraneo” (Quasimodo).

Leonida, nomade tra terre e parole, diventa per Quasimodo il porto mai sepolto e sempre veliero tra le onde. Dirà:

“Come Odisseo il suo marinaio affronta la solitudine. Ma qui l’avventura non ha i contorni del poema omerico ed è … antiromantica”.

Quasimodo trova in Leonida il punto di incontro con il viaggio e l’estetica come lo vivrà con D’Annunzio in un saggio del 1939:

“… a D’Annunzio aggiungeremo che egli fu l’ultimo poeta nostro che abbia predato la solitudine necessaria al suo lavoro, senza cadere in servitù di alcuno. Oggi i poeti si muovono fra coltelli”.

Tra Leonida e D’Annunzio, Quasimodo vive i naufragi e le tempeste in un viaggio migrante e da esule in una terra chiamata isola e mare attraversando i luoghi di Virgilio e di Dante. In una terra dall’alba nuova che verrà vissuta come una vita nuova (nova). Una grecità sommersa tra Modica, Roccalumera, Tindari, Roma e Milano.