Una antropologia comparata con Raffaele Pettazzoni

Cultura & Società

Gli archetipi nel mito

Pierfranco Bruni*

Rileggere Raffaele Pettazzoni significa ordinare l’impalcatura di una antropologia che sta diventando disordinata e disarticolata di una necessità di comparazioni tra nuovi e antichi sapere.   Fu uno storico delle religioni ma fu il primo nel mondo ad applicare il metodo comparativo. Il senso del primitivo fu tratteggiato nei suoi studi avviando una visione religiosa a tutta la dimensione antropologica. Fu certamente uno studioso che si staccò dalla metodologia storicista. Ecco perché non era amato da Croce che nulla capiva di religioni e di interpretazione del mondo primitivista del selvaggio. I popoli formano le civiltà e le civiltà si autodefiniscono tali quando comprendono di poter convivere tra razze. Zarathustra era il mito che definiva il viaggio della ritualità e faceva incontrare le religioni pagane lungo il cammino di una religiosità che non ha verità ma ha bisogno di credersi sacra.

Nato nel 1883 e morto nel 1959. L’anno prossimo cade un importante anniversario. Rimetterlo in una discussione tra consapevolezza archeologica e identità religiose antropologica significa ricreare una antropologia oltre la cultura del folclore e della interpretazione delle sagre. Al centro l’uomo con la sua pagana religiosità che diventa mito attraverso una lettura della ritualità. Pettazzoni legò,  non solo epistelogicamente, le religioni popolari al mito sacralizzandolo come archetipo. Gli archetipi sono la memoria del tempo.

Un tempo che cercò nello spazio la visione del cerchio. Significativo per una civiltà omerica alla quale ha affidato i linguaggi onirici dei simboli.  Intrecciò tragicamente nel tragico il senso della morte incarnazione. Pavese lavoró, in fondo, su questo materiale pensiero che divenne griglia esistenziale. In “L’essere supremo delle religioni primitive” del 1957 Pettazzoni pone la questione del monoteismo nel primitivismo dei popoli geografizzati.

In uno dei suoi primi studi risalenti al 1912 pone come progetto di studio la Sardegna primitiva in cui sono necessarie le comparazioni storiche. Successivamente scava nel pensiero iraniano e greco per intrecciare religione, mito e leggende negli anni Quaranta. L’essere primitivo come onnisciente di Dio pone una metafisica del profondo, con i suoi scritti del 1957, all’interno delle antropologie delle comparazioni. Soltanto nel 1966 tocca gli estremi dall’essere e della società.

Il divino e il dio illuminante non sono una percezione, ma uno scavo nei meandri delle emozioni dei popoli. Nel cerchio dei popoli la concezione zarathustriana ha il suo modello arcaico e pone i tessuti territoriali come filtro lunare.

I popoli sono impastati di terra e di acque. Vivono in una sensualità che è sensitiva perché é profondamente spiritirale.ina spiritualità che di autocrea e autodefinisce nella storia. Ovvero nelle radici che si fanno vera antropologia delle identità. Il mondo sciamano è appunto dentro questo vissuto. Una Esperienza oltre lo storicismo.

La condizione dell’uomo è una questione che incastra filosofia e antropologia. Lewis Munford poneva in evidenza proprio il modello di civiltà come ambiente umano. L’ambiente nel paesaggio dell’esistenza recuperato in Pettazzoni vive nella necessità di fare della condizione umana l’albero della Esistenza. Ma l’albero della Esistenza vive come a antefatto della Alchimia.

* Presidente Istituto Letteratura Etno antropologico sciamanico V.M.B.C.