lva, l’eterno stallo e il rinvio delle decisioni 

Politica & Diritti

Il governo, nella veste del Vicepremier e Ministro dello sviluppo economico e del lavoro, Luigi Di Maio, esprime insoddisfazione sui risvolti della disputa Ilva, sia per la ricaduta sul sistema occupazionale che sul programma di attuazione del piano ambientale,  aperto un tavolo di crisi presso il “Mise”

di Monica Montanaro

Ufficialmente la gestione “indiana” dell’Ilva con il subentro di Arcelor Mittal sarebbe dovuta esordire il 1° luglio scorso. L’amministrazione straordinaria è stata invece prorogata al 15 settembre.

La trattativa sindacale si è arenata, il nuovo governo ha iniziato ad ascoltare le parti procrastinando l’assunzione di una decisione definitiva – anche se proseguono i contatti con Am InvestCo per trovare un’intesa sul fronte occupazionale – e l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ha posto l’attenzione e la messa in evidenza rispetto agli atti del contratto di aggiudicazione.

Attualmente circolano le voci, aggravando ulteriormente la situazione contingente, non confermate da Jindal e Arvedi, di una nuova offerta per acquisire l’Ilva da parte di alcune delle aziende che rientravano tra le fila della cordata AcciaItalia, sconfitta nella gara del giugno 2017.

Per il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha disquisito di Ilva a margine della presentazione di un convegno alla Camera, bisogna fare un salto di qualità nella tutela ambientale, ed afferma che quanto sinora preventivato nel cronoprogramma, ha proseguito “secondo me è troppo poco, auspico che si possa fare di più e noi siamo qui per vigilare, però dobbiamo capire se per esempio i suoli verranno bonificati, il corpo idrico e non solo la falda acquifera superficiale ma anche quello in profondità verrà toccato, e  lo stesso per il mare difronte, c’è tanto che riguarda la tutela ambientale di quel luogo, è necessario, ha concluso il ministro, assicurare al cittadino, che è al centro di qualsiasi azione del governo e del parlamento, che sia tutelato nel suo bene primario che si chiama vita”.

Sono stati riscontrati fattori di criticità nell’iter della gara per la cessione dell’Ilva, ma la valutazione per il blocco della procedura è riservata esclusivamente al Ministero dello Sviluppo economico, nella fattispecie in cui, come contemplato dalla legge, sussista un interesse pubblico specifico all’annullamento.

L’autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone ha esplicitato il suo parere rispondendo in pochi giorni con una lettera di sette pagine alla richiesta del Ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio di ponderare la procedura della vendita dell’Ilva ad Arcelor Mittal, la mossa successiva spetta al governo che senza temporeggiare, in maniera tempestiva difatti il vice premier Luigi Di Maio convoca una riunione straordinaria a Palazzo Chigi e con un comunicato lo stesso ministro informa pubblicamente che si recherà alla Camera per rispondere ad un’interpellanza in Aula, analogamente il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte esternando apprensione attribuisce al dossier l’assoluta priorità in considerazione delle criticità palesate.

Dal canto suo si appella alla trasparenza l’ex ministro Carlo Calenda che reclama la pubblicazione della lettera e difende il suo operato dichiarando che i rilanci erano inattuabili.

La disamina dell’Anac è focalizzata sui tre aspetti contestati nella richiesta del ministero dello Sviluppo economico. L’analisi valutativa e di controllo attiene il rinvio del piano ambientale, le scadenze intermedie di attuazione e i mancati rilanci finali, l’Anac puntualizza preliminarmente la propria competenza improntata a criteri, malgrado la procedura sia esclusa dal codice degli appalti, che contemplano l’obbligo di procedimenti ispirati al rispetto dei principi di parità di trattamento, trasparenza e non discriminazione, tutti principi che l’Autorità è deputata a tutelare. Il primo nodo concerne il piano ambientale, la decisione di proporre il rinvio dopo che la “cernita” dei pretendenti si era ridotta a due attori principali e si erano attivate le offerte vincolate, a parere dell’Anac ha indubbiamente alterato il quadro economico, la proroga temporale molto più diluita di addirittura sei anni avrebbe potuto attirare e stimolare più imprese a partecipare alla competizione, accresciuto il livello di concorrenza e la qualità delle offerte. Il punto maggiormente critico riguarda però le scadenze intermedie che sono rimaste improrogabili e che erano vincolanti, l’Anac comunica che in ottemperanza al diritto, l’elusione totale di osservanza delle prescrizioni fissate dal Ministero potrebbe essere sanzionata con l’estromissione dalla gara, ma la valutazione finale spetta al Mise.

Infine  la parte concernente i rilanci finali, l’Autorità ritiene in merito che non erano disciplinati in modo corretto, in tal caso avrebbero potuto far affluire più introiti nelle Casse dello Stato .

Dunque le criticità sussistono, la trattativa dopo essersi arenata era ripresa concordando che i commissari collaborino con Arcelor Mittal per migliorare l’offerta sia sotto l’aspetto ambientale che sul fronte dell’occupazione.

In principio risalente al febbraio 2016, erano molteplici i gruppi e le società, oltre venti,  che presentarono ai commissari la manifestazione di interesse per acquisire le attività poste in gara dell’Ilva in regime di amministrazione straordinaria. Nel proseguo temporale i ritmi discriminatori e selettivi della gara hanno progressivamente ristretto il numero dei pretendenti e la contesa si è ridotta a due soggetti aziendali principali, entrambi di nazionalità e collocazione indiana . Uno dei competitori trattasi di grosso colosso mondiale, ossia Arcelor Mittal, di origini indiane ma col quartier generale ormai da svariati anni nella city di Londra, e l’altro Jindal.

Durante lo scontro competitivo tra le due società multinazionali si palesava sempre più il ruolo egemone di Mittal (alleatosi con Marcegaglia in codesta operazione tramite la mediazione della società Am InvestCo) che sembrava avvantaggiata e in grado di possedere più chance di aggiudicarsi la gara. I sindacati, che hanno incontrato entrambi gli attori societari prima che la gara di assegnazione si concludesse, riferiscono infatti che nei colloqui tenuti con i manager di Mittal, questi ultimi mostravano maggiore padronanza della materia, e altrettanta visione di prospettiva.

E poiché l’obiettivo categorico condiviso da ambedue le società era il rilancio dell’Ilva, per un certo periodo la differenza strategica tra le due era contrassegnata dalla visione dell’azienda. Jindal, alleato di Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi e Del Vecchio sotto le insegne di AcciaItalia, puntava in prospettiva alla de-carbonizzazione. In sostanza eliminare, se non interamente, almeno in buona parte, il coke dalla produzione dell’acciaio ed attenuare cosicché l’impatto dell’inquinamento. Tempestivamente ribatteva a tale proposta, contestandola e declassandola, il rivale Arcelor Mittal che ha dichiarato: “Ma la de carbonizzazione non si può fare in un impianto così grande come quello di Taranto, c’è un problema di costi e manca il gas nelle quantità necessarie”. La stessa Arcelor Mittal in alternativa, rilanciò la sua controproposta, ovvero la sua innovazione altamente tecnologica basata sulla “cattura” di carbonio.

I piani ambientali delle due cordate sono stati sottoposti a delle migliorie sostanziali grazie alle integrazioni e alle modifiche condotte dai tecnici deputati a tale compito ad opera dell’incarico assegnatogli dal ministero dell’Ambiente di poter visionare in via preliminare i rispettivi piani. La decisione dei tecnici atteneva la scelta riguardo chi tra le due cordate societarie doveva uscirne vincitore. Dopo diversi passaggi controversi Am Investco stacca Acciaitalia vincendo la gara perché offre di più come prezzo d’acquisto, 1,8 miliardi contro 1,2 del concorrente, e perché la proposta nel suo complesso di Am Investco è ritenuta dai commissari dell’Ilva e dal Governo più ricca di prospettive rispetto a quella di Acciaitalia. L’offerta totale ammonta, addizionando il prezzo di acquisto e gli investimenti, a quasi 4 miliardi.

Il verdetto della gara non è però accolto con acquiescenza, Acciaitalia difatti propone un rilancio in extremis, rincarando la sua offerta sul prezzo aumentandola a 1,850 miliardi.

 L’Avvocatura dello Stato comunica tempestivamente che i rilanci non sono ammessi all’ex ministro Carlo Calenda che aveva chiesto delucidazioni in merito. Gli sconfitti intentano un ricorso ma cadrà tutto in un niente di fatto.

Jindal, Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi  e Del Vecchio si ritirano dalla contesa e ciascuno di essi torna a dirigere l’attenzione ai propri interessi professionali.

Nella prospettiva migliorativa, negoziata con i commissari, che Mittal si accinge a presentare al Ministro Luigi Di Maio pare ci siano punti correttivi sull’occupazione, oltreché sul risanamento ambientale.

Attualmente attenendoci ai comunicati rilasciati dal vicepremier nonché Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Di Maio alla Camera non si paventa l’ipotesi né di chiusura dell’Ilva né di rifare la gara, ma lo stesso Ministro attende invece una proposta fortemente migliorativa da Mittal riguardo ad ambiente ed occupazione.

Lo snodo centrale è dunque se Mittal presenterà una proposta convincente per Di Maio, si presume che la gara non sarà annullata e che, scaduta la proroga al 15 settembre concessa dal Ministro ai commissari (Mittal sarebbe potuto subentrare al vertice dell’acciaieria sin dai primi di luglio), l’investitore anglo-indiano potrà assumere la guida dell’Ilva.

Il gruppo anglo-indiano nei giorni seguenti ha informato i commissari straordinari di Ilva che accetta tutte le richieste sostanziali di assumere ulteriori oneri riguardo al contratto di affitto e acquisto firmato nel giugno 2017.

La multinazionale auspica, come rilasciato nel comunicato stampa, che tali impegni aggiuntivi dimostrino al Governo e agli altri soggetti coinvolti “il suo pieno impegno per una gestione responsabile dell’Ilva”. L’azienda, inoltre, afferma di essere “fiduciosa che, con il supporto del Governo, sarà ora possibile finalizzare nei prossimi giorni l’accordo con i sindacati in modo da poter completare rapidamente l’operazione”. Allo scopo ultimo di assicurare “un futuro sostenibile per l’Ilva, i suoi lavoratori, i suoi fornitori, i suoi clienti industriali e, parallelamente, la tutela dell’ambiente e il benessere delle comunità locali”.

La risposta del vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio è giunta repentinamente: “In giornata analizzeremo la proposta di Arcelor Mittal, comunque andiamo avanti con gli accertamenti del caso. Ma sia chiaro che le due cose vanno insieme”.

Di Maio prosegue ribadendo: “gli stiamo affidando la più grande acciaieria d’Europa che ha avuto un impatto devastante sulla salute e questo lo dobbiamo evitare. Per evitarlo c’è bisogno di una gara fatta bene”.

Nella mattinata del 30 luglio nella sede di via Veneto del Mise Luigi Di Maio ha indetto un tavolo di lavoro al quale hanno presieduto azienda Ilva, sindacati e tutti gli stakeholders, in tutto circa 60 sigle, tra cui tutte le rappresentanze dei cittadini coinvolti, incluse le associazioni e i comitati; tavolo disertato dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, il quale ha contestato e denigrato tale scelta del Ministro di convocazione di un numero esorbitante e ingiustificato di sigle locali, alcune inappropriate a partecipare alla riunione poiché anti istituzionali.

Per tutelare la legalità, l’ambiente e la salute pubblica il ministro aveva richiesto ad Arcelor Mittal alcune controproposte migliorative che sono pervenute in questa giornata.

Le proposte migliorative del piano ambientale presentate da Arcelor Mittal al Mise “non sono ancora soddisfacenti”. Lo ha comunicato il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio in conferenza stampa. Arcelor Mittal ha presentato stamane al ministro, ai sindacati, agli enti locali e alle associazioni dei cittadini, un addendum al piano ambientale che prevede di raggiungere, entro il 2023, una riduzione delle emissioni di CO2 per tonnellata di acciaio liquido pari al 15% rispetto ai dati pregressi del 2017, l’azzeramento delle polveri (diossine) al 2020 con 18 mesi in anticipo rispetto a quanto contenuto nel Dpcm dicembre 2017, la rassicurazione da parte della multinazionale che a Taranto, dal 2020 in poi, non si verificheranno più wind days,  l’apertura alle tecnologie low carbon, l’anticipazione della fine dei lavori per la copertura dei parchi delle materie prime, supporto alla crescita e al benessere delle comunità locali.

Gli impegni aggiuntivi proposti oggi al Mise nell’addendum “rappresentano il massimo sforzo che AM Investco Italy Srl può impegnarsi a produrre in tutti gli ambiti di intervento di seguito indicati”.

Tale affermazione è riportato nel testo del documento che l’azienda che vuole rilevare Ilva ha presentato al tavolo di questa mattina al ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, agli enti locali, alle associazioni dei cittadini e ai sindacati.

Secondo il parere di Di Maio la controproposta “è ancora insoddisfacente”. Una bocciatura che Arcelor Mittal non vuole accettare abbiamo fatto “il massimo sforzo”, esplicita pubblicamente il gruppo siderurgico.

Il secondo fronte aperto è quello della legittimità della gara. Sul punto in questione il ministro è irremovibile: pronto a portare “tutte le carte in Procura” se la gara non risulterà regolare. Il terzo fronte critico attiene alla tempistica. La proroga per la cessione dell’Ilva ad Arcelor Mittal è prefissata per la data del 15 settembre, ma Di Maio non desidera premura: “Non aderisco a quella idea politica per cui bisogna fare di tutto per liberarsene. Perché siccome bisogna liberarsene la regaliamo al primo acquirente che passa senza fregarcene del destino dei lavoratori, dell’azienda e dei cittadini di Taranto, dell’intera Puglia”, inveisce.

Ma un’Ilva che continua a produrre ed inquinare non piace affatto al mondo ambientalista di Taranto che ne chiede invece la chiusura definitiva, senza titubanze. E infatti una serie di sigle locali esternano sgomento e delusione accusando il governo di “tradimento del mandato elettorale ricevuto”.

Inoltre come previsto dal crono programma, è in fase di realizzazione la costruzione di un’enorme capannone d’acciaio che andrà a rivestire i parchi minerali dell’Ilva.

Percorrendo la statale che costeggia il muro dello stabilimento metalmeccanico si possono intravedere, proprio in prossimità dei parchi, le installazioni di strutture metalliche, simili a tralicci dell’alta tensione, che probabilmente saranno gli assi portanti per la copertura medesima. E’ in fase di edificazione quella che sarà una mega struttura, che rappresenterà l’ennesimo affronto per la città, un autentico “mostro”.

Quanto utile tale struttura sia a contribuire ad attenuare l’impatto inquinante, lo stabilirà il tempo, seppur oggettivamente va considerato che le polveri – specie in occasione dei wind days – potrebbero in effetti diventare un lontano e purtroppo doloroso ricordo. Anche se il loro effetto devastante per la salute dei cittadini non si esaurirà nell’immediato, va ammesso con altrettanta schiettezza: le polveri hanno nei decenni martoriato, e continueranno ineludibilmente a farlo, migliaia di cittadini rendendo negli anni l’elenco delle vittime di cancro e altre patologie distruttive sempre più corposo.

Osservando lo scempio in costruzione le considerazioni in merito sono facilmente desumibili.

L’Ilva continua a vivere, la realtà, purtroppo per tutti noi abitanti del capoluogo di provincia tarantino e delle cittadine limitrofe, è unicamente e perennemente questa, ossia, all’opposto, un non vivere.

Montanaro Monica