Una gazzosa per un pensiero

Cultura & Società

A spasso sui social, di tanto in tanto, si trovano quesiti interessanti che stimolano riflessioni, del tipo: “In questo momento c’è chi calcola le possibilità e studia strumenti, per trovare acqua su Marte, energie utili per il prosieguo e l’evoluzione dell’uomo. Al contempo, c’è chi calcola il numero di vacche da portare in dote per un matrimonio combinato e il nr. di figli da concepire, per garantirsi un sostentamento in vecchiaia, quando non più autosufficienti (Inps, per i primi).

Cos’hanno in comune queste diversità in seno alla prospettiva di vita e, soprattutto, v’è possibilità di condivisioni d’intenti, di politiche e strategie che tengano conto delle affinità d’interessi, e quindi, convivenza?” (Donato Mancini)

Nel pianeta in cui mente e chip stanno diventando un tutt’uno, fermarsi un attimo, concedersi una pausa che ci rimetta in moto come menti pensanti è stato come sostare all’ombra del baobab a sorseggiare la vecchia gazzosa, direttamente dalla bottiglia, a “canna”, per non contaminare l’attimo riflessivo. A una prima lettura l’attenzione è captata dalle vacche, che in comune con la luna sembrano avere ben poco e saremmo propensi a richiedere un’altra gazzosa e concederci la “pennica” pomeridiana, prima di accorgerci che il baobab è il poster sul muro di casa; invece scatta la molla alla provocazione, perché lo ammetto, le contorsioni mentali mi garbano non poco e hanno meno effetti collaterali della doppia gazzosa e provo a dare una risposta.

A qualunque latitudine l’uomo si trovi e a prescindere dalle mansioni alle quali si stia dedicando, è unito, suo malgrado, ai suoi simili, da un filo conduttore comune. I limiti imposti dalla condizione umana vincolano all’appartenenza alla specie, con il dovere “naturale” di perpetuarne l’esistenza, vivendo nell’affanno del poter “campare.” Incatenato dalla condizione di schiavitù a un genere (umano), in obbligo a tale processo, prosegue il cammino plurimillenario in cui la libertà, tanto inseguita, sarà solo e sempre l’utopia, la carota davanti al carro, affinché la fede in un credo sostenga il pensiero, corruttibile – schiavo della sua stessa razionalità – e non spinga ad abbandonare la nave quando affonda, quando l’orizzonte è la chimera da scalare. Aristotele ha considerato l’uomo un animale sociale, nato già inserito in un contesto che inizia con la famiglia (Koinonia), eppure per vivere in comunità ha dovuto regolamentare tale convivenza che nulla ha di naturale, perfezionandola poi, al punto che la stessa non fu più bastante, e la méta divenne poi il vivere bene (San Tommaso). Partendo da questo presupposto, l’uomo non sarà mai pago perché i confini verranno spostati continuamente, di volta in volta che i limiti saranno superati: condizione imprescindibile, questa, viste le capacità e le doti raziocinanti di cui l’animale uomo è stato dotato. Ed è proprio tale potenzialità –  che non ha limiti! –  a renderci schiavi per sempre, vittime di un’affannosa ricerca, come non sarebbe, seguendo l’opposta teoria, che vide i primordi in Plauto, per sfociare nel pensiero antropologico hobbesiano dell’homo homini lupus, in cui l’individuo pone al centro se stesso e collabora con i suoi simili per puro scopo egoistico, solo per spianare le difficoltà imposte dall’esistenza. Da ciò, quanto “opportuno” e poco lodevole sia ogni passo avanti nel segno dell’ambizione e della supponenza, sotto il segno del progresso, scambiato oggigiorno per indispensabile sopravvivenza, trasformandoci nella civiltà degli oggetti, dell’inutile e del superfluo, a discapito della nostra condizione umana.

Ciò, per giungere alla vera provocazione, insita nella domanda d’origine e cioè, se potrebbero mai convivere, “elementi” così dissimili tra loro e con necessità legate a diverso concetto di sussistenza; rompicapo che riporta sicuramente all’attuale situazione politica e sociale–  e relative problematiche – certo diversa solo per metodologie, a situazioni storiche del passato. Prendere atto della bellezza della diversità, in rapporto alle etnie esistenti, credo sia il primo passo da fare insieme alla consapevolezza che esse debbano coesistere senza alcun arbitrio prevaricatorio a discapito dell’una o dell’altra. Religioni, backgrond culturali e politiche sociali ed economiche, portano alle conseguenze devastanti a cui stiamo assistendo. La linea di demarcazione tra giusto e ingiusto non è netta e definita così come difficile è stabilire dove finisca la libertà dell’uno e inizi quella altrui, spesso violata, supportata dall’alibi del sussidio umanitario. Ciò che per me è necessità può non esserlo per un mio simile con ben altre esigenze materiali, credo interiori e aspirazioni spirituali. Il concetto di alterità rimane inalienabile se vogliamo essere considerati ancora una civiltà in evoluzione, che prescinde dal progresso tecnologico. Istituiamo “L’anno Europeo del dialogo interculturale” (2008) per favorire la conoscenza di gruppi di diversa etnia e appartenenza, favorire l’accoglienza, l’equità della dignità umana e poi creiamo campi lager, chiudiamo le frontiere, affamiamo bambini, sottopaghiamo lo straniero accusandolo di rubarci il lavoro e lo definiamo invasore. Siamo tutto e il contrario di tutto, quando si ha la presunzione di essere nel giusto. Forse dovremmo considerare che la globalizzazione sta conducendo alla desocializzazione, alla scomparsa delle radici e dell’identità e all’annientamento delle filosofie del multiculturalismo. Indispensabile sarebbe incentivare l’educazione al dialogo interculturale perché educare è far conoscere e farsi conoscere, è uno scambio che arricchisce e amplia orizzonti, senza la presunzione dell’imposizione e della prevaricazione. Chi può dire se il mio concetto di libertà equivale a quello del mio simile, che vive all’altro capo dell’equatore? Migliorare le condizioni di vita delle fasce più deboli del pianeta, aiutandoli nel cammino di crescita comunitaria, dovrebbe essere il solo fine di un’umanità che ama il suo prossimo, senza nulla chiedere in cambio, non condizionata dai programmi della produzione, dello scambio e dell’utilitarismo nonché del suo delirio… di insana ed egoistica onnipotenza.

E ora, una gazzosa con una spruzzata di limone è d’obbligo!

A volte, si ha bisogno davvero di poco.

Maria Teresa Infante