I grandi ritorni nel mondo dello sport

Cultura & Società

Il difensore della Juventus, Leonardo Bonucci

di Andrea Ranaldo

Ora è ufficiale: a soli dodici mesi dalla clamorosa separazione, Leonardo Bonucci è nuovamente un giocatore della Juventus. Un ritorno sponsorizzato dallo spogliatoio bianconero, e voluto con forza dalla dirigenza, ma poco gradito al popolo juventino: i tifosi, infatti, non perdonano alcune dichiarazioni al vetriolo del difensore, diventato, nel frattempo, capitano del Milan.

Bonucci è però solo l’ultimo caso: la storia dello sport è ricca di ripensamenti inaspettati, e non tutti si sono rivelati un affare.

I CLAMOROSI FLOP TARGATI MILAN

Quando Adriano Galliani era amministratore delegato del Milan amava citare una canzone di Antonello Venditti, che dice: “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Un concetto che si è tradotto, durante il calciomercato, in numerose operazioni il cui esito è sempre stato al limite del fallimentare. Il primo cavallo di ritorno riguarda la panchina: a dicembre del 1996, dopo 6 pareggi e 2 sconfitte consecutive, il Milan esonera l’urugiagio Oscar Tabarez e riaffida la panchina ad Arrigo Sacchi, con cui tra il 1987 e il 1991 aveva vinto, reinventando il calcio, 1 campionato di serie A, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe UEFA e 1 Supercoppa Italiana. La nuova esperienza rossonera di Sacchi, però, si rivelò un fiasco: la squadra fu eliminata nei gironi di Champions League per mano del Rosenborg, e in campionato arrivò 11° collezionando una miriade di figuracce, tra cui un roboante 1-6 a Milano contro la Juventus. Errare è umano, ma perseverare è diabolico: e chi, meglio dei diavoli del Milan, avrebbe potuto ricadere nel tranello? Questa volta il protagonista è Fabio Capello, che nel 1997 ritorna a Milanello dopo un quinquennio di grandi trionfi: al termine della stagione, conclusa con un modesto 10° posto, fu sollevato dall’incarico.

Non andò meglio quando a rientrare alla base rossonera sono stati dei calciatori: il primo a riabbracciare il Milan fu Andrij Shevchenko, uno dei centravanti più completi della storia del calcio, e pallone d’oro nel 2004; il bomber ucraino, dopo due anni deludenti tra le file del Chelsea, rientra a Milano con il desiderio di regalare nuove gioie ai suoi vecchi tifosi. La sua stagione, però, si concluse con soli 2 gol in 26 presenze, di cui nessuno in campionato. Sorte analoga toccò a Kakà: il brasiliano, reduce da quattro annate in chiaroscuro al Real Madrid, fece sicuramente meglio dal punto di vista realizzativo – 9 gol in 37 presenze -, ma si rivelò lontano parente del funambolico trequartista ammirato in precedenza a San Siro. Lasciò il Milan dopo una sola stagione, senza lasciare particolari rimpianti.

TRA FALLIMENTI E GLORIA NEL CALCIO

Le cosiddette “minestre riscaldate” non hanno risparmiato le altre squadre. La Juventus, ad esempio, già in passato ha riabbracciato un proprio leader difensivo con pessimi risultati: è successo con Fabio Cannavaro, che, dopo aver abbandonato la barca che affondava post “Calciopoli”, ha spinto per poter chiudere la carriera a Torino. Una scelta rivelatasi un clamoroso flop, e conclusasi dopo un solo campionato, terminato al 7° posto.

Per rimanere in ambito Juventus, lo stesso non si può dire per Marcello Lippi: l’allenatore toscano, nel 1999, rompe con la società bianconera e decide di accasarsi ai rivali dell’Inter, dove però non troverà fortuna. Nel 2001, a sorpresa, Luciano Moggi esonera un giovane Carlo Ancelotti, reduce da due secondi posti, e richiama proprio Lippi, con cui la Juventus, in tre anni, vincerà 2 Scudetti – tra cui il campionato del celebre “5 Maggio” – e disputerà una finale di Champions League, persa ai rigori contro il Milan.

Abbandonando il Bel Paese, come dimenticare la favola di Paul Scholes? “Silent Hero”, così come è stato ribattezzato il campione inglese dalla stampa sportiva, nel 2011 abbandona il calcio dopo aver la pesante sconfitta contro il Barcellona in finale di Champions League. Entrando nello staff tecnico di Sir Alex Ferguson darà così inizio alla sua carriera di allenatore, ma a gennaio del 2012, con il Manchester United falcidiato dagli infortuni, torna a sorpresa in campo per il derby, poi vinto, contro il City di FA Cup. Diede addio al calcio giocato, questa volta definitivamente, solamente al termine della stagione 2012/2013, quando riporterà i Red Devils sul tetto d’Inghilterra.

All’estero, sono stati soprattutto gli attaccanti a voler riabbracciare i vecchi colori: tra questi, non possiamo non citare Fernando Torres, che nella sua “seconda vita” all’Atletico Madrid ha vinto un’Europa League, Didier Drogba, non più titolarissimo, ma autore di gol fondamentali che hanno riportato il titolo di campione d’Inghilterra al Chelsea, e Thierry Heny, che all’esordio si è ri-presentato ai supporter dell’Arsenal nell’unico modo che conosce…gonfiando la rete!

I CAMPIONI ETERNI DI ALTRI SPORT, TRA GIOIE E DOLORI

Non solo calcio: anche tre dei più grandi giocatori della storia del Basket sono tornati sui propri passi. Partiamo con Earvin “Magic” Johnson, leggenda dei Lakers che nel 1991 annunciò il ritiro dopo avere contratto l’HIV, salvo rientrare sul parquet nel 1996, a 37 anni, sempre con la franchigia di Los Angeles, dove disputò una stagione, seppur da comprimario, senza sfigurare. Ancora meglio è andata a Michael Jordan, che nel 1993 lascia la pallacanestro per un’improbabile carriera nel campionato professionistico di baseball. Fortuna ha voluto che, dopo pochi mesi, MJ si sia reso conto del madornale errore: tornato nel roster dei Chicago Bulls, vincerà altri 3 titoli NBA. Altrettanto vincente è stata la parabola sportiva di LeBron James: dopo aver tradito la sua Clevaland per accasarsi ai Miami Heat, con cui vincerà 2 anelli, nel 2015 ritorna a casa per regalare alla sua città il tanto agognato titolo NBA; ci riuscirà nel 2016.

E che dire della boxe? Il grande George Foremanvinse il suo primo titolo dei pesi massimi nel 1971 contro Joe Frazier, e si ritirò nel 1977. Rientrò sul ring dieci anni dopo e nel 1994, a 45 anni e 9 mesi, rivinse il titolo mondiale contro Michael Moore. Lo stesso destino non toccò a Muhammad Ali, inizialmente ritiratosi nel 1978, e poi tornato a combattere nel 1980 per riconquistare il titolo WBC contro Larry Holmes: Alì perse l’incontro, e lo stesso avvenne nel 1981 quando il suo allenatore Angelo Dundee si accorse dei movimenti estremamente lenti del suo pugile. Erano i primi sintomi della Sindrome di Parkinson che lo colpì.

Concludiamo la nostra panoramica con tre campioni che, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a ripetersi: è il caso del tennista svedese Bjorn Borg, che lascia il tennis a 27 anni, nel pieno della sua carriera, per poi rientrare dieci anni dopo con risultati ben al di sotto della sua nomea. Un destino molto simile è toccato anche al nuotatore Ian Thorpe: l’australiano si ritirò nel 2006, dopo 5 ori olimpici, a soli 24 anni, per poi rituffarsi in piscina sette anni più tardi nel tentativo di qualificarsi alle Olimpiadi di Londra 2012; fu un clamoroso buco nell’acqua. Molto deludente fu anche il ritorno in F1 di Michael Schumacher: il fenomeno tedesco, 7 volte campione mondiale, rientrò nel circus nel 2010, a distanza di quattro anni dal suo addio alla Ferrari. Durante le sue tre stagioni alla guida della Mercedes riuscì a salire sul gradino del podio solamente in una circostanza, con il terzo posto al GP d’Europa.