L’acqua potabile è un diritto di e per tutti

Scienza & Tecnologia

di Pasqualina Stani

Per un decimo della popolazione mondiale, l’acqua potabile è quasi un’utopia. Aumentano anche le pratiche di water grabbing per sottrarre alla collettività il controllo della risorsa idrica

Sono passati 25 anni dalla storica conferenza di Rio de Janeiro in cui tutti i capi di stato del pianeta si riunirono per la prima volta a discutere sul destino del nostro pianeta. Nonostante tutto, circa un decimo della popolazione mondiale non dispone regolarmente di una fonte di acqua potabile. Una risorsa preziosa, inserita dal 2010 nella Dichiarazione universale dei diritti umani.

Nella dichiarazione si legge che è “Un diritto uguale per tutti, senza discriminazioni, all’accesso ad una sufficiente quantità di acqua potabile per uso personale e domestico per bere, lavarsi, lavare i vestiti, cucinare e pulire se stessi e la casa allo scopo di migliorare la qualità della vita e la salute”. Un diritto non ancora del tutto rispettato e che privatizzazione, grandi dighe e cambiamento climatico minacciano di svuotare di significato in numerosi Paesi, lasciando dietro di sé povertà, malattie e conflitti internazionali.

Il più recente rapporto sull’acqua delle Nazioni Unite, stilato all’interno di una cooperazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (JMP), afferma che per 663 milioni rimaneva ancora un’utopia, contrapposta alla realtà quotidiana in cui igiene e consumo alimentare attingono dagli stessi reflui in cui sono convogliate deiezioni o scarichi industriali non trattati. Un fenomeno particolarmente diffuso nelle zone rurali e concentrato nei Paesi dell’Africa subsahariana. In questi Paesi l’approvvigionamento di acqua può diventare una faccenda terribilmente seria: in cui almeno una famiglia su dieci dipendeva da una sorgente posta a oltre 30 minuti dall’abitazione. Un fattore che ostacola le campagne contro povertà, malattie, analfabetismo e uguaglianza di genere. Nella maggioranza dei casi, l’onere del viaggio ricade infatti su donne e bambine.

La percentuale di popolazione che oggi non ha accesso a fonti di acqua salubre supera il 12%: 319 milioni di persone nell’Africa subsahariana, 554 milioni in Asia e 50 milioni in America Meridionale. Fanalino di coda è la Papua Nuova Guinea dove solamente il 40% degli abitanti può contare su una sorgente sicura. Questa carenza si traduce ogni anno in 3,5 milioni di decessi dovuti a malattie legate all’acqua. Il dazio da pagare non si limita alle vite umane: il Consiglio Mondiale dell’Acqua stima che l’insicurezza idrica pesi ogni anno per oltre 500 miliardi di dollari sulla bilancia dell’economia globale. Ai quali va sommato l’impatto ambientale, impossibile da quantificare.
Il libero accesso all’acqua non riguarda solo i paesi in via di sviluppo: si osserva quasi ovunque attraverso forme diverse, spesso subdole, che nel loro insieme prendono il nome di water grabbing (accaparramento di acqua). Ci si impossessa dell’acqua in vari modi. Il primo è il controllo dei fiumi per produrre energia: sono quasi settemila le grandi dighe al mondo e altre ancora sono in fase di cantiere. Il sistema è composto da cinque colossali sbarramenti costruito dalla Cina lungo il Mekong che ha lasciato a secco Laos, Cambogia e Vietnam. Ci sono anche le grandi dighe etipi sul Nilo e sull’Omo, prossime al completamento.

Il water grabbing è, una nuova forma di colonialismo. Il ruolo delle potenze occupanti è stato preso dalle grandi aziende e dai fondi di investimento internazionali che acquistano dai governi risorse naturali di proprietà pubblica. Si tratta di un business particolarmente diffuso nell’America Meridionale, dove le amministrazioni locali spesso concedono ai privati la gestione del servizio idrico per rimpinguare l’erario. Una soluzione che idealmente dovrebbe migliorare il servizio al cittadino, ma che spesso trascura i quartieri poveri e lascia all’asciutto chi non paga o rifiuta il monopolio.
Come sosteneva Nelson Mandela, “L’acqua è un diritto di base per tutti gli esseri umani: senza acqua non c’è futuro. L’acqua è democrazia”.