L’Alternanza scuola-lavoro: Si e No

Politica & Diritti

L’Alternanza scuola-lavoro è forse il tema che più di altri incendia il dibattito pubblico sulla scuola e sull’istruzione, scatenando negli ultimi tempi un polverone di pareri, spesso polarizzati tra gli “assolutamente favorevoli” e gli “assolutamente contrari”. Io, semplicemente, ci credo e posso raccontare quali sono, secondo me, i punti di forza dell’alternanza scuola-lavoro, da un punto di vista interno al sistema scolastico.

Lo farò considerando la sola realtà che vivo, ovvero quella della mia scuola, il Liceo Moscati di Grottaglie. Lascio ad altri organi competenti la valutazione sul territorio nazionale. Con questo nuovo anno scolastico appena terminato, sono oramai tre gli anni che dedico all’alternanza scuola lavoro come figura di riferimento nei licei. Credo che le ragioni per cui nella mia scuola l’alternanza funzioni siano da ricercare in un continuo, a volte non semplice, lavoro di squadra dei docenti, nella duplice veste di tutor interni e di docenti impegnati nei consigli di classe per adattare e modulare la didattica ai periodi di stage. Iniziativa, tenacia davanti alle difficoltà e alle incombenze burocratiche sono i nostri moniti costanti. E ritengo che sia una grandiosa opportunità poter “fare scuola” partendo dal basso, dal territorio, da idee e proposte di noi docenti. All’interno di una cornice normativa che lascia spazio ai veri motori della scuola, è un privilegio poter progettare percorsi di alternanza per i ragazzi puntando sulle potenzialità del territorio e permettendo così agli studenti di imparare facendo e nel frattempo di conoscere la realtà storico culturale della loro terra. Evidenzio che attorno alla nostra scuola ci sono molti ambiti lavorativi cui indirizzare i ragazzi e sempre più spesso le aziende che hanno ospitato i nostri ragazzi in alternanza poi li contattano per nuove esperienze estive o comunque in periodi di sospensione dell’attività didattica. Per non parlare degli enti che, avendo saggiato la bontà di una proficua collaborazione con il nostro liceo, prendono l’iniziativa e ci chiedono di rinnovare la collaborazione con l’avvio del nuovo anno scolastico. I nostri ragazzi si sentono, così, motivati nel mondo della scuola, creando quel “collegamento magico” che diversamente vedrebbero solo a studio ultimato, perché vengono messi alla prova per quello che fanno a prescindere dalle loro caratteristiche: tanto studiosi, poco studiosi, molto vivaci, nel mondo del lavoro tutto questo non si vede, e quindi si è “inclusi” per quello che si dimostra con i fatti reali.

Con l’alternanza scuola lavoro credo si sia creata una nuova dimensione lavorativa all’interno della scuola. Un lavoro che richiede contatti sempre maggiori con il mercato zonale, che richiede la “procedurizzazione” e la velocizzazione delle tante pratiche burocratiche fatte di fogli da far compilare, firmare e protocollare, ma anche di archivi da tenere costantemente aggiornati, di report da compilare, di studenti da monitorare e seguire nei percorsi in azienda etc. Occorre certezza di mezzi e di risorse umane, a fronte di risultati attesi senza se e senza ma. Quest’attività sta diventando un’altra professione, che necessita di relativa formazione specifica. Converrebbe poi trovare aziende a sufficienza in modo da far uscire in alternanza la classe intera, senza dar vita a una didattica a singhiozzo. Questa, secondo me, è ancora una grossa emergenza. Non avere abbastanza ambienti di lavoro ospitanti obbligherebbe a far svolgere l’alternanza come una formazione in classe, molto poco accattivante e scarsamente motivante. Del resto se si chiama alternanza scuola-lavoro ci sarà un perché.  Diversamente si sarebbe chiamata alternanza scuola-formazione. A questo aggiungerei che forse, malgrado la 107/2015 sancisca che le aziende non possono essere pagate, nel mondo che corre alla velocità della luce nessuno impegna risorse interne (umane, strutture e attrezzature) se non ha personale pagato e giustamente rimborsato. Quindi forse occorrerebbe mandare maggiori contributi alle scuole da destinare all’alternanza. Fermo restando che se le aziende, opportunamente sensibilizzate dallo Stato italiano, offrissero volontariamente maggiori investimenti, il processo migliorerebbe. Ultimo, ma non troppo ultimo, punto di debolezza, è capire come arriverà l’alternanza all’esame di stato a luglio 2019. Cosa verrà richiesto agli studenti e in che modo noi docenti dovremo preparare l’avvicinamento formativo a questo nuovo esame.

Credo comunque che, come per ogni attività che inizia, anche per l’alternanza non vada richiesto il massimo rendimento al tempo zero. Nessuna start up parta al 100% da subito. Per crescere bisogna crederci, lavorare tanto e dire le cose chiaramente, così come sono e senza nascondersi dietro carte e circolari. L’alternanza è una realtà che deve restare e migliorarsi per i nostri ragazzi, per il nostro futuro. Io ritengo sia un’opportunità unica per la scuola, per il territorio che la vive e per le aziende che ospitano i giovani. Se gli enti offrono ospitalità formativa, gli studenti apportano gratuitamente idee e quello sguardo smart di cui le aziende hanno bisogno per migliorarsi.

Partendo da problemi oggettivi, bisogna trovare i giusti correttivi e il giusto cammino, tanti piccoli passi di qualità verso il miglioramento, che arriverà solo se voluto e condiviso.

Se devo trovare ed elencare dei punti di debolezza, credo comunque che le problematiche che ci sono siano fisiologiche, in una scuola che ha deciso di intraprendere un importantissimo cambiamento. Lo studente, a qualunque scuola appartenga, non deve pensare che la formazione sia una cosa e che il mondo del lavoro sia altro. L’alternanza serve anche per avvicinare le distanze tra scuola e mondo reale. Deve passare il messaggio che chi è in gamba, motivato, preparato e “preciso” (questa la definizione delle aziende che cercano un diplomato da assumere) trova lavoro alla fine di cinque anni di scuola, anche senza la famigerata raccomandazione. A scuola, causa un maggiore garantismo nei confronti degli studenti, ci si è pian piano allontanati dal mondo reale e il mondo reale non sempre è pronto ad accoglierti se arrivi in ritardo, se rispondi male e manchi di rispetto.

Le esperienze di alternanza risalgono ai primi anni ‘90, anche se sono state disciplinate a livello normativo soltanto nei primi anni 2000. Prima dell’avvento della Buona Scuola, l’alternanza era considerata un’esperienza altamente formativa per gli studenti, anche perché coinvolgeva soltanto quelli più motivati che ne facevano richiesta, in percorsi organizzati da docenti che hanno sempre creduto nel valore formativo della transizione tra scuola e lavoro. In seguito alla legge sulla Buona Scuola, dopo che l’alternanza è stata portata ad essere pienamente curricolare, si è acceso il dibattito che attualmente, almeno in apparenza, divide il Paese tra i favorevoli e i contrari, spesso circoscrivendo l’analisi alle sole 400/200 ore di obbligatorietà nel triennio.

Personalmente vedo nell’alternanza molti punti di forza, primo tra tutti quello di dare ai giovani una nuova forma di orientamento. Il fatto di venire a contatto con il mondo del lavoro, infatti, offre agli studenti l’opportunità di toccare con mano la realtà lavorativa che un domani più o meno prossimo costituirà l’ambiente in cui si muoveranno e, quindi, di orientare le loro scelte, anche relative agli studi superiori più consapevolmente. Inoltre, l’esperienza on the job può risvegliare l’interesse di quei ragazzi più inclini agli aspetti operativi, combattendo in tal modo il fenomeno della dispersione scolastica. Le esperienze di alternanza, se ben programmate e organizzate, possono far acquisire agli studenti una serie di skills enormemente richieste dal mondo del lavoro, che riguardano l’atteggiamento da tenere nell’ambiente di lavoro, qualsiasi esso sia. In una società in continuo cambiamento, in cui le professioni non sono più cristallizzate come in passato, avere un atteggiamento propositivo, non conflittuale, fluido, consapevole dei limiti operativi, delle risorse a disposizione e adatto al lavoro in equipe, consente al giovane di inserirsi con più facilità nel mondo del lavoro.

Il primo punto di debolezza si può presentare quando l’alternanza si considera come un mero adempimento burocratico, ricondotto alla somma aritmetica di ore spese in molteplici iniziative non coordinate tra loro, difficilmente riconducibili ad un unico progetto di crescita in termini di apprendimento e scarsamente condivise negli obiettivi con l’altro pilastro su cui si regge: il soggetto ospitante. Tutto ciò è nemico della qualità e determina lo svilimento dell’esperienza, allontanandola dal reale obiettivo, che è quello di dare ai giovani l’opportunità di vivere esperienze qualificate in contesti organizzativi analoghi a quelli che troveranno quando entreranno nel mondo del lavoro. Provando a proiettare nel prossimo futuro lo strumento dell’alternanza, vedo in esso una scuola più aperta al dialogo con la società, dinamica, al passo con i tempi e tutto ciò in virtù di quello che io immagino sarà un processo di apertura culturale, al territorio, alle parti sociali, insomma, una scuola dal volto diverso da quello che aveva ieri. Una parte di questo cambiamento la si dovrà all’alternanza scuola-lavoro e alla formazione dei docenti indirizzata verso di essa, che permetteranno alla comunità scolastica di scambiare esperienze e prospettive e di guardare con più fiducia e meno barriere ideologiche al mondo del lavoro. Dal lato delle imprese, immagino che tale cambiamento, a mio avviso di radice culturale, sarà in grado di sdoganare la scuola come agenzia formativa universalmente riconosciuta e, quindi, si porrà come valida alternativa alla formazione interna a cui oggi ricorrono soprattutto le aziende. Una delle minacce potrebbe derivare dall’eccessiva attenzione a cui è sottoposta l’alternanza nel dibattito politico e mediatico, spesso permeati da una vena ideologica e talvolta da una deriva strumentale. Oggi giorno l’alternanza scuola-lavoro è posta sotto i riflettori, al punto da oscurare come in una eclissi tutte le altre problematiche del mondo della scuola e del lavoro. Non rare sono le notizie di incidenti a studenti inseriti in percorsi di alternanza, che poi si scoprono non avere nulla a che fare con la stessa. Le notizie di studenti che fanno esperienze di alternanza di bassa qualità sovrastano spesso quelle di giovani, e sono tanti, inseriti in percorsi di successo, qualificanti, che accendono in loro la passione per un determinato settore di lavoro o di ricerca e, quindi, ne indirizzano anche gli studi superiori. Credo che il dibattito che interessa l’alternanza, come tutti i dibattiti aperti in occasione dell’introduzione di grandi novità, debba essere condotto in maniera serena e obiettiva, evidenziando le criticità che inevitabilmente il sistema comporta, ma anche mettendo in luce gli innumerevoli aspetti da cui gli studenti possono trarre vantaggio.

La scelta italiana è stata quella di una transizione scuola-lavoro per tutti gli studenti, anche se in una forma piuttosto morbida rispetto a quella di altri Paesi europei. In buona sostanza, ad una scuola di massa, non elitaria, garante del diritto allo studio quale è quella italiana, corrisponde un’alternanza di massa, che offre cioè a tutti gli studenti il diritto di vivere un’esperienza qualificante nel mondo del lavoro. La nostra alternanza è soprattutto orientamento, conoscenza del mondo del lavoro e sviluppo di competenze universali spendibili in ogni situazione lavorativa. Attualmente soltanto pochi accedono ad esperienze più forti, specializzanti, quali quelle in apprendistato, che somigliano maggiormente ai sistemi duali europei e tali esperienze potrebbero essere estese ad un maggior numero di studenti. Se penso alla forma assunta dall’alternanza, tuttavia, non immagino eccessivi cambiamenti. Piuttosto, credo che in futuro l’alternanza dovrà essere accompagnata da un ambiente circostante più favorevole, più consapevole, tale da favorirne lo sviluppo in percorsi altamente qualificanti per i giovani, al fine di metterli in condizione di affrontare le mutevoli condizioni del futuro mercato del lavoro. In buona sostanza, si dovrà perfezionare quella che amo definire una vera e propria alleanza scuola-lavoro, intesa come sodalizio tra la scuola e gli stakeholder che con essa vengono ad interagire.

 

Evelyn Zappimbulso