La libertà di stampa italiana

27 luglio 2015
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Possibili inganni nel ddl

Si sa, l’Italia e la crescita non vanno molto d’accordo. Questa volta è della libertà di stampa che vi parliamo. La nuova classifica annuale stilata da Reporters Without Borders, ha piazzato il nostro Paese al 73° posto. Lo scorso anno ci trovavamo al 49° posto. Sopra di noi stati come la Moldavia, il Senegal, la Georgia.

Non è difficile immaginare perché ciò accada ed è abbastanza sconfortante prenderne atto.
Il vicedirettore del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, ha criticato duramente il dato sulla libertà di stampa nel nostro paese riportato da Reporters Sans Frontières che la qualifica come “la più bislacca, arbitraria, infondata, e comica del mondo”. Per mezzo del torinese La Stampa è arrivata pochi giorni fa la dichiarazione di Mimmo Càndito che si è sentito tirato in causa poiché dal 1999 riveste la carica di presidente italiano di Reporter Senza Frontiere: “La considerazione che Rsf riceve a livello mondiale dovrebbe far pensare che forse varrebbe usare un briciolo in meno di sarcasmo e di disprezzo, e un briciolo in più di attenzione e di riflessione”. “La classifica – ha proseguito l’autore – è costruita con l’utilizzo di 7 indicatori (trasparenza, autocensura, aggressioni, intervento del potere politico etc.) uguali per tutti i 180 paesi, e con l’aiuto di soggetti “locali” considerati credibili per la loro professionalità, la loro storia culturale, il loro ruolo sociale”.

Càndito, corrispondente di guerra da teatri di conflitto come il Kosovo sino alla guerra in Iraq, ha inoltre spiegato che, ai fini della realizzazione della classifica, sono stati utilizzati anche i parametri dell’osservatorio “Ossigeno per l’informazione”, da cui si è ricavato che nel 2015 sono stati 506 i giornalisti italiani minacciati per la loro attività: 47 vittime di aggressioni fisiche, 139 intimidazioni mafiose, 22 danneggiamenti, e 276 denunce e azioni legali chiaramente strumentali.

“Si aggiungano tutti gli episodi nei quali il potere politico e quello economico hanno usato la loro capacità d’intervento per condizionare il lavoro giornalistico, e si comprende come non possa che essere conseguente una valutazione negativa”. Così il giornalista a conclusione di una riflessione che personalmente trovo condivisibile. A tal senso, è opportuno ricordare l’attesa riforma della Rai desiderata da Matteo Renzi, che considera l’azienda di telecomunicazioni la più grande produttrice di beni culturali. Il premier ospite questo giovedì alla trasmissione Virus, Rai 2, ha ammonito: “Deve parlare meno di politica, io non ho mai messo bocca su un palinsesto. Evitiamo di mettere la politica dentro la Rai”. Credere che la politica non si insidi nelle trame della comunicazione televisiva, specie se trattasi della Rai, è mera utopia. Capita a fagiolo l’ultimo esempio a dimostrazione di ciò, ovvero l’ultimo editto di Silvio Berlusconi, quando ancora Presidente del Consiglio, scovato appena in questi giorni dal Fatto Quotidiano.
Un tema quello dell’intervento del potere politico ed economico nel lavoro giornalistico che si allaccia perfettamente alla tanta discussa operazione di acquisizione di RCS Libri da parte di Mondadori o “Mondazzoli”, così ribattezzata da Dagospia. La fusione darebbe vita alla più grande concentrazione libraria in Europa, pari al 40% del mercato italiano (il massimo della concentrazione del mercato europeo arriva al 26-27%). Dunque, un’unica azienda, quella della famiglia Berlusconi, con in mano la cultura e l’informazione.

Il ministro dei Beni Culturali ha manifestato la propria preoccupazione nell’eventualità dell’acquisto di Rcs Libri da parte di Mondadori: “E’ troppo rischioso che una sola azienda controlli metà del mercato”. La casa editrice di proprietà della famiglia Berlusconi è pronta a rilevare Rizzoli, Bompiani e Fabbri. La quota di mercato arriverebbe così a toccare le soglie previste dall’Antitrust. “Non c’è settore più delicato e sensibile per la libertà di pensiero e di creazione del mercato dei libri. E’ legittimo chiedersi con preoccupazione come funzionerebbero le cose in un paese con un’unica azienda che controlla la metà del mercato, con l’altra metà frammentata in piccole e piccolissime case editrici”. Ha proseguito il ministro. Case editrici, quest’ultime, che proprio perché piccole finirebbero per morire irrimediabilmente soffocate. Scherza il professor Gustavo Zagrebelsky, autore per Einaudi, che ha dichiarato: “Qualcuno ha avuto l’idea del partito della Nazione, qualcun altro vuol fare la casa editrice della Nazione”. Anche Gian Antonio Stella, tra le firme storiche del Corriere della Sera ed ex scrittore per Mondadori, non nasconde il proprio disappunto: “Questa acquisizione non è un bel segnale per l’editoria italiana. Giustamente si ricorda che bisogna fare i conti con una dimensione globale dei mercati. Però fare e vendere i libri non è come commerciare in saponi”.

Con questa operazione la concorrenza sarà più che limitata e a pagarne le spese saranno soprattutto gli autori ma questo non è importante: l’interesse commerciale prevale su tutto. All’indomani dell’offerta della Mondadori per il settore libri, il titolo di Rcs è salito. Naturale. Ciò che pare non esserlo è il fatto che un gruppo editoriale tanto indebitato come Mondadori pensi di acquisire un gruppo altrettanto indebitato, e non di poco.

Successivamente ad una grande compravendita come questa occorrerà che qualcuno sorvegli a garanzia di quel poco che rimarrà di una quasi esautorata libertà di stampa, specie dopo la legge in discussione alla Camera che rischia di relegarci in fondo alla classifica di Reporter sans Frontierès. Questa si pone l’ammirevole scopo di abolire il carcere previsto attualmente dalla normativa per i giornalisti condannati per diffamazione, ma il disegno di legge promuoverebbe ancor più la censura: sanzioni pecuniarie fino a 50 mila euro senza alcuna commisurazione con il reddito del giornalista, diritto di rettifica ma senza possibilità di replica, diritto all’oblio che consentirà l’eliminazione di notizie scomode ai potenti e ancora restrizioni nella pubblicazione di intercettazioni telefoniche. Nulla invece è previsto per frenare le querele strumentali che intimidiscono i giornalisti e li intrappolano per anni in complicate vicende giudiziarie. Insomma, un disegno di legge che potrebbe indurre il giornalista ad una “auto-censura”. Confido, ma non troppo, sui pochi deputati che dovranno esaminare il testo e che in passato hanno lavorato nel mondo dell’editoria.

Se in Italia non vale parlare di una Costituzione che esiste solo quando conviene, rimane (forse) ancora possibile appellarsi a quel principio della libertà di espressione sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione (art. II-71).

Una curiosità: al Newseum, il museo dell’informazione e del giornalismo di Washington, una delle sale del museo è dedicata proprio al principio oggetto di questo approfondimento. Al suo interno è possibile ammirare un murale in cui ogni paese trova la propria collocazione attraverso un determinato colore assegnato in base alla libertà di stampa. Diversamente dalla maggior parte dei paesi europei che sono di colore verde, l’Italia è di colore giallo, esattamente come molti paesi del continente africano.