La Grande Guerra, le prime due pallottole esplose da Gavrilo Princip- 6° parte

L’unica donna della pellicola, la giovane Susanne Christian che interpretò la cantante tedesca nel finale del film, divenne poi la terza e ultima moglie di Kubrick, al quale restò legata tutta la vita. Sebbene la storia sia ambientata sul fronte occidentale francese, le riprese furono tutte girate in Baviera.

09 luglio 2014
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di Nicola Facciolini

L’AQUILA – Gli interni presso i Bavaria’s Geiselgasteig Studios e gli esterni della corte marziale nel castello di Schleißheim (XVIII Secolo) oggi museo nazionale che si trova a poca distanza dal campo di concentramento e sterminio di Dachau.

Una particolarità della pellicola è che sebbene sia un film di guerra, essa narra le vicende di un unico esercito, nascondendo il nemico alla vista dello spettatore. In Italia il film “Uomini contro” (1970) di Francesco Rosi, ebbe una vita altrettanto travagliata. Come in Francia. Per la trama molto simile e per il soggetto: l’esercito italiano impegnato nella stessa Grande Guerra. In molti Paesi, fra cui Stati Uniti e Italia, il film Orizzonti di gloria fu distribuito nell’anno del suo rilascio, il 1958. In Germania solo nel 1960 per non urtare la suscettibilità delle autorità francesi. Fu lungamente censurato in Francia e poté apparire solo dopo il 1975, a causa della feroce critica antimilitarista espressa attraverso il racconto delle vicende di alcuni ufficiali dell’esercito francese. In Spagna il film fu ufficialmente distribuito a partire dal 1986, quattro anni dopo la vittoria del terzo titolo mondiale FIFA degli Azzurri.

Al termine della Grande Guerra in tutta Europa, su ogni campo di battaglia e in ogni città e paese in lutto, sorgono monumenti commemorativi di varia estensione come a Vimy, a Thiepval, a Douaumont e a Redipuglia. Monumenti molto più numerosi rispetto a quelli del secondo conflitto mondiale. Parallelamente si alternano in tutti i campi di battaglia cerimonie e commemorazioni. Nell’Autunno 1920 il capo della Commissione imperiale per le tombe di guerra britanniche, sceglie cinque spoglie tra i Caduti senza nome sul fronte occidentale, uno solo dei quali viene selezionato dal tenente colonnello Henry Williams per essere inumato a Londra e dare a centinaia di migliaia di persone un luogo dove ricordare e pregare i propri cari dispersi in battaglia. La salma viene scortata per tutto il nord della Francia, poi il feretro salpa per la Gran Bretagna a bordo del cacciatorpediniere “Verdun” e l’11 Novembre 1920 ha luogo a Londra la solenne cerimonia funebre del Milite Ignoto. Una dopo l’altra le tombe del Milite Ignoto vengono inaugurate in tutti i Paesi partecipanti alla Grande Guerra appena conclusa. I Tedeschi ne ereggono una a Tannenberg nel 1927 e una al Neue Wache di Berlino nel 1931.

A Parigi viene posizionata la tomba del Milite Ignoto alla base dell’Arco di Trionfo. In Italia viene affidata a Maria Bergamas, la madre del volontario irredento Antonio Bergamas disperso in combattimento, la scelta di una salma tra undici bare di soldati non identificati caduti in vari fronti di battaglia. La bara prescelta viene deposta in un carro ferroviario che sfila in tutta Italia fino a Roma, dove il 4 Novembre 1921 viene prima deposta nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, poi traslata negli Anni Trenta al Vittoriano. Su tutti i campi di battaglia sorgono Cimiteri di Guerra gestiti dalle commissioni di guerra dei diversi Paesi, che diventano meta di pellegrinaggio per chi è alla ricerca di un proprio caro o per commemorare un commilitone. Non passa anno senza che si celebri qualche cerimonia o si inauguri un monumento. Le cerimonie conoscono una pausai durante il secondo conflitto mondiale, quando molti dei campi di battaglia vengono occupati dai Tedeschi. Ma dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale riprendono regolarmente. Ormai la rapida accelerazione del progresso tecnologico militare della storia, aveva industrializzato i conflitti e le perdite di vite umane. Una vasta gamma di armi introdotte nella Grande Guerra, come le bombe a mano e i lanciafiamme, avrebbero conosciuto un florido sviluppo nel Novecento.

L’esuberante sviluppo tecnologico fa’ debordare la guerra dai confini del campo di battaglia vero e proprio, coinvolgendo le città nelle retrovie e facendo dei civili un bersaglio delle operazioni belliche. Sia a causa dell’incremento della gittata dell’artiglieria (il Parisgeschütz tedesco era capace di colpire la capitale francese da 120 chilometri di distanza) sia delle prime tecniche di bombardamento strategico eseguito inizialmente tramite dirigibili e poi con i primi rudimentali esemplari di bombardieri strategici (“Gotha G.IV” tedesco, “Handley Page Type O” britannico e “Caproni” italiani). In tutti gli eserciti belligeranti della Grande Guerra, la giustizia militare riesce generalmente a tenere sotto controllo gli episodi di insubordinazione, diserzione e ammutinamento tra le truppe, ricorrendo spesso a giudizi severi e scarsamente rispettosi dei diritti degli imputati. Particolarmente caustica è la giustizia militare italiana che durante la guerra conduce 350mila processi per 150mila condanne, di cui più di 4mila alla pena capitale! Il numero dei fucilati italiani si attesta a 729, cui sommare oltre 300 casi di esecuzioni sommarie sul campo secondo il metodo della Decimazione, una pratica seguita nel Regio esercito.

L’esercito britannico con un numero di mobilitati più o meno pari a quello italiano, fucilò 350 soldati durante la Grande Guerra e quello francese, con un numero doppio di effettivi, 600 militari, con solo rarissimi casi di esecuzione sommaria. Nel 1917, dopo quasi tre anni di scontri sanguinosi con risultati modesti, inizia a serpeggiare nelle file di molti eserciti un forte malcontento che assume diverse forme: dai casi di semplice indisciplina fino all’insubordinazione, per arrivare a vere e proprie sommosse e ammutinamenti in particolare dopo la diffusione delle prime notizie sulla Rivoluzione in Russia, dove i soldati si schierano in massa con i dimostranti bolscevichi. Nel Maggio 1917 vari reparti francesi reduci dalla fallimentare offensiva di Nivelle iniziano una vasta serie di ammutinamenti e sommosse, tornando nelle retrovie e rifiutandosi di obbedire agli ordini. Il fenomeno si estende poi a circa metà dell’esercito francese, coinvolgendo circa 50 Divisioni. Per non eseguire i folli ordini dei comandanti. Il 1º Giugno a Missy-aux-Bois un reggimento di fanteria francese si impadronisce della città e nomina un Governo pacifista. Per una settimana regna il caos in tutto il settore del fronte mentre gli ammutinati si rifiutano di tornare a combattere. Le autorità militari agiscono tempestivamente e sotto il pugno di ferro di Pétain cominciano gli arresti di massa e si insediano le corti marziali che giudicano colpevoli di ammutinamento 23.395 soldati, dei quali più di 400 vengono condannati a morte.

Sentenza poi ridotta a 50 fucilati e ai lavori forzati nelle colonie penali per gli altri. Contemporaneamente Pétain, per ricondurre sotto controllo le truppe, concede ai soldati periodi di riposo più lunghi, congedi più frequenti e rancio migliore. Dopo sei settimane gli ammutinamenti cessano. Tutti i principali eserciti belligeranti con l’eccezione di quello statunitense, vivono episodi di ammutinamento e indisciplina collettiva più o meno estesi nel periodo tra il 1917 e il 1918. Nel Luglio 1917 una brigata italiana acquartierata vicino Palmanova si ammutina e anche se l’episodio si esaurisce nel giro di pochi giorni, le autorità reagiscono severamente con 32 uomini fucilati di cui 12 tratti a sorte secondo il sistema della Decimazione. Il morale pessimo è poi una delle cause dello sgretolamento di molti reparti durante la ritirata di Caporetto a Novembre. L’esercito britannico conosce un unico caso di indisciplina collettiva, quando nel Settembre 1917 truppe acquartierate nel campo di riposo di Étaples si scontrano con la polizia militare a causa delle dure condizioni cui sono sottoposte. L’episodio effimero non lascia particolari conseguenze. L’esercito Austro-Ungarico è afflitto da continui episodi di diserzione e nelle ultime fasi del conflitto i reparti si dividono su base etnica rifiutandosi di eseguire gli ordini. L’esercito tedesco si dimostra molto più resistente, ma dopo il fallimento delle ultime offensive a occidente nell’Agosto 1918 sperimenta episodi di disobbedienza e di resa in massa.

A Novembre è l’intera flotta tedesca di superficie ad ammutinarsi: bloccati in porto dall’inattività, con poco cibo e disciplina ferrea, i marinai insorgono contro la decisione dei loro ufficiali di sacrificarli in un ultimo attacco suicida contro la Royal Navy, dando un contributo importante al crollo del regime monarchico. I prigionieri di guerra vivono generalmente in condizioni pietose, una situazione che distingue nettamente la Prima dalla Seconda Guerra Mondiale. Tutti i prigionieri subiscono la fame, le epidemie, le condizioni igieniche precarie e gli occasionali episodi di crudeltà. Ma non sistematici atti di atrocità. Trattamenti duri possono però essere frequenti. Nell’Agosto 1915 i comandi Austro-Ungarici ricevono l’ordine di trattare i prigionieri italiani, appartenenti a una Nazione “traditrice”, più duramente dei prigionieri russi e serbi, considerati avversari “leali”. Dei 600mila italiani caduti in mano austro-ungarica almeno 120mila morirono, il 65 percento circa dei quali per tubercolosi e inedia. Sovente i prigionieri italiani vengono mandati al fronte a scavare trincee.

L’Impero tedesco occupa i prigionieri occidentali nell’industria di guerra, elargendo piccole paghe e un trattamento discreto. Russi e Rumeni continuano invece a soffrire la fame nei campi di prigionia e forse non più della metà di essi sopravvivono alla Grande Guerra. All’inizio del 1916 la Russia cattura 100mila Tedeschi e 900mila Austro-Ungarici che non vengono sottoposti a particolari vessazioni, ma il freddo e le privazioni ne uccideranno 70mila alla fine dell’anno. Tra i documenti sopravvivono oggi discrete quantità di lettere che testimoniano la terribile situazione sofferta da militari e civili. I mittenti sono il più delle volte soldati semplici che scrivono per tenersi in contatto con le famiglie. Il momento della consegna della posta è sempre atteso con ansia e gioia. Rappresentava forse uno dei pochi pensieri che solleva il morale dei soldati. Il linguaggio utilizzato è spesso sgrammaticato e di difficile comprensione, poiché gli uomini si esprimono abitualmente in dialetto o hanno un’incerta calligrafia di solito dovuta alle condizioni impossibili. Non tutti sanno leggere e scrivere in Italia. Inviare e ricevere lettere era difficile perché non sempre sono disponibili carta, penna, inchiostro e francobollo. Alle truppe sono quindi distribuite apposite cartoline militari da spedire in franchigia. Tutta la posta è sottoposta a censura. Anche senza volere la corrispondenza poteva contenere informazioni potenzialmente nocive per la sicurezza e al fine di evitarne la divulgazione la censura apre i documenti, controlla il contenuto e, se ritenuto innocuo, richiude le buste con le cosiddette “fascette di censura” che recano la scritta “Verificato per censura”. Spesso le lettere vengono censurate con vistose cancellazioni fatte con l’inchiostro di china. È vietato inviare cartoline che possano rivelare la posizione dei reparti o utilizzare sistemi criptati di comunicazione, quali la stenografia e il codice Morse.

Ancora più rigidi sono i controlli sulla posta dei prigionieri di guerra, controllata dalle censure di entrambi i contendenti. Perché allora viene combattuta la Grande Guerra, conoscendone le conseguenze? L’inizio del conflitto nel 1914 viene salutato da uno scoppio di entusiasmo popolare e dal compatto sostegno di tutte le forze politiche. Se l’appoggio dei partiti nazionalisti è scontato, anche i principali movimenti socialisti europei, a dispetto dei principi antibellicisti dettati dalla Seconda Internazionale, si allineano all’ondata di patriottismo montante e sostengono i rispettivi governi nella scelta della guerra. Il Partito Socialdemocratico Tedesco, all’epoca il più forte partito socialista in Europa e ferreo oppositore della monarchia guglielmina, vota quasi compatto il 4 Agosto 1914 per l’attribuzione al governo dei crediti di guerra. L’adesione popolare, benché non universale, è ovunque massiccia. Nel 1914, in Francia, al contrario di previsioni d’anteguerra che parlano di un 10 percento di renitenti tra i richiamati alle armi, gli assenti risultano appena l’uno percento dei coscritti.

I più entusiasti si ritrovano nelle classi medio-alte ma le masse cittadine e rurali dimostrano di accettare la Grande Guerra senza drammatizzazioni, consentendo ai governi di proclamare la mobilitazione generale senza timore di opposizioni popolari. Il numero dei mobilitati durante i quattro anni del conflitto raggiunge cifre imponenti, surclassando ogni precedente guerra europea. La Germania mise in campo più di 13 milioni di soldati, la Russia 12 milioni, la Francia e l’Impero britannico più di 8 milioni e mezzo, l’Austria-Ungheria quasi 8 milioni e l’Italia quasi 6 milioni. Tra i quali il mio carissimo bisnonno Nicola Stellini, bersagliere. Tutti i principali Stati europei basano i loro sistemi militari sulla Coscrizione Militare Obbligatoria della popolazione maschile, generalmente partendo dalle classi di ventenni ma estendedola poi, con l’aumentare delle perdite, anche alle classi più giovani. L’Italia mobilita nel 1917 i diciottenni, i cosiddetti Ragazzi del ‘99. L’eccezione più rilevante è costituita dall’Impero britannico che invece si affida a un esercito interamente di volontari. Esaurito l’entusiasmo iniziale e aumentate le perdite, anche i Britannici devono ricorrere alla coscrizione obbligatoria. Nel Regno Unito la leva viene introdotta nel Gennaio del 1916 per gli scapoli e nel Giugno seguente per il resto della popolazione maschile, mentre il Canada la introduce nel 1917. I due tentativi di introdurre della coscrizione in Australia vengono entrambi respinti da referendum popolari, anche se i tassi di reclutamento volontario rimangono alti per tutta la durata del conflitto. Le potenze entrate in guerra reclutano anche le popolazioni indigene delle colonie per sostenere il proprio sforzo bellico. Se la Germania, subito privata del contatto dalle sue colonie, usa le popolazioni locali esclusivamente contro i Britannici in Africa, l’Intesa non conosce limiti nell’arruolare e trasportare al fronte gli uomini del suo vasto impero coloniale. Durante il conflitto la Francia mobilita 818mila coloniali, 449mila dei quali combattono nel territorio metropolitano.

Più consistente è invece la risposta del Commonwealth all’appello del Regno Unito: Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica mettono a disposizione soldati che vengono poi destinati al fronte occidentale o al Medio Oriente. Mentre le truppe di colore, per ragioni climatiche, vengono impiegate prevalentemente al di fuori dell’Europa. Nel complesso circa il 50 percento dei soldati britannici (2.747.000) appartiene alle colonie. La Grande Guerra assume i connotati di un colossale “gioco” a scacchi con pedine provenienti da tutta la Terra! L’opposizione al conflitto cresce con l’intensificarsi delle battaglie e delle perdite. Il 1º Maggio 1916 il deputato socialista Karl Liebknecht organizza una piccola manifestazione contro la guerra nel centro di Berlino. Arrestato e condannato a due anni e mezzo di prigione, il giorno del processo 50mila operai delle fabbriche berlinesi fermano il lavoro per protestare. È uno dei primi scioperi politici della guerra. Nel corso del 1917 scoppiano varie proteste popolari contro il conflitto, principalmente scatenate dalla penuria di generi alimentari e dai bassi salari. In Aprile 300mila operai berlinesi scioperano mentre un raddoppio dei prezzi dei generi alimentari di base porta a manifestazioni di piazza a Parigi e in altre città della Francia nel Maggio seguente. In Agosto scioperi e cortei contro la carenza di pane sfociano in scontri con i soldati a Torino e Milano, con decine di morti e centinaia di arresti. Nel Gennaio 1918 la carenza di generi alimentari provoca proteste e sommosse in tutte le principali città dell’Austria-Ungheria. Solo in Russia tuttavia gli scioperi e le sommosse di piazza portano alla caduta del governo e all’uscita del Paese dalla Guerra. Nelle Nazioni occidentali, accordi sindacali e piccole concessioni salariali bastano ed avanzano generalmente a far rientrare le proteste, sebbene la situazione sia molto tesa al termine della guerra.

La repressione del dissenso è severa in tutti i Paesi belligeranti: il filosofo britannico Bertrand Russell viene condannato a sei mesi di prigione per le sue pubbliche posizioni contro la guerra e negli Stati Uniti d’America il sindacalista Eugene Victor Debs riceve una condanna a 10 anni di detenzione per i suoi discorsi contro la leva obbligatoria. Dopo l’iniziale appoggio alla guerra, i movimenti socialisti europei tornano su posizioni pacifiste e contrarie al conflitto, tentando anche di costituire un fronte comune e internazionalista a partire dalla Conferenza di Zimmerwald del Settembre 1915. Su un fronte etico-morale opposto, il Papa Benedetto XV promuove diverse proposte di pace tra le Nazioni belligeranti. Nella sua enciclica “Ad Beatissimi Apostolorum” del Novembre 1914 e nella Nota del 1º Agosto 1917, famosa per la definizione del conflitto come “inutile strage”. Parole rimaste lettera morta a causa dell’ostilità dei governi a un accordo che portasse a una semplice restaurazione della situazione anteguerra. Il Regno Unito rimane il solo Paese dove sia legalmente possibile fare obiezione di coscienza alla coscrizione militare e circa 16.500 cittadini britannici chiedono l’esenzione dalla leva: la maggior parte di loro, tuttavia, sceglie di prestare comunque servizio in ruoli non combattenti, lavorando nelle fabbriche o come assistenti di sanità. Le leggi britanniche sull’obiezione erano molto avanzate per l’epoca, ma gli obiettori totali che rifiutavano anche i servizi alternativi vengono trattati da criminali, incarcerati e oggetto di pesante disprezzo sociale. Il durissimo regime carcerario cui è sottoposto il pacifista e obiettore Stephen Hobhouse, genera proteste che arrivano fino in parlamento, portando a una scarcerazione di massa degli obiettori totali nel Dicembre 1917.

Uno degli aspetti rilevanti della Grande Guerra fu il sistematico impiego della propaganda e della censura da parte di tutte le autorità civili e militari di ogni Nazione belligerante, per giustificare il conflitto di fronte all’opinione pubblica e rendere accettabili ai combattenti scelte di ordine politico, economico, sociale e militare eticamente discutibili. Propaganda e censura vengono istituzionalizzate quasi ovunque, creando appositi uffici dedicati al controllo delle informazioni circolanti e alla creazione di “news” secondo gli schemi prefissati dai governi e dagli stati maggiori. In Italia l’attività di propaganda a favore dell’intervento e poi della guerra, si diffondono pervasivamente attraverso la costituzione capillare, presto controllata mediante decreti del ministero degli Interni, della Guerra e circolari prefettizie, di innumerevoli comitati nazionali e locali. Che, promossi dai maggiorenti del posto o dallo stesso sindaco, prendono vita praticamente in ogni comune e raccolgono l’adesione di pro-loco, associazioni, società cooperative, circoli, massonerie, famiglie e congregazioni. Ne orientano quindi l’attività verso iniziative diverse, quali l’organizzazione di manifestazioni per la raccolta di fondi destinati alle famiglie dei richiamati, l’intrattenimento dei soldati in licenza, la produzione o la raccolta di generi alimentari e abbigliamento destinati ai combattenti, l’assistenza dei convalescenti, l’onoranza dei caduti le cui salme iniziano a tornare dalle zone di guerra e molte altre attività. Soprattutto nei primi mesi di guerra, è fervida in ogni luogo la preparazione di concerti, recite, giochi di società, feste corredate da cortei, palchi o discorsi pubblici. Spesso tali intrattenimenti fanno uso di materiali omologati, generalmente banali e di qualità artistica relativa, presi sia dal repertorio più o meno classico (monologhi, romanze, commedie, arie classiche, inni, cori) variamente arrangiato a uso popolare in marcette, farse, scenette comiche e canzonette; sia dal nuovo repertorio iconografico e stereotipico che la guerra contribuisce a formare. Come l’Inno Interventista di Italo Compagni o il Soldato Belga morente di Palmabella. Sebbene nata con lo scopo di alleviare le sofferenze dei soldati e delle rispettive famiglie, questa serie di iniziative pubbliche accelerano il progressivo distacco tra combattenti e civili: solo l’impegno nella propaganda da parte dei mutilati e invalidi di guerra, tra i quali si segnala Fulcieri Paulucci de Calboli, riuscirà, soprattutto a partire dal 1917, a colmare questo inquietante divario.

Dal 10 Agosto 1914, con l’invocazione rivolta da Louis Gillet alla Francia perché “diradasse una volta per sempre le nebbie di germanesimo che l’avevano avvolta e che insozzavano il mondo con una patina di volgarità”, l’universo intellettuale francese (fatta eccezione per il solo scrittore Romain Rolland) è pressoché unanime nell’incitare alla guerra contro la Germania e a combattere per la civiltà e la vittoria finale contro quella che viene definita una “razza inferiore”. Edmond Perrier, al tempo direttore del Museo nazionale di storia naturale di Francia, afferma che “il cranio del principe di Bismarck richiama quelli degli uomini fossili di La Chapelle-aux-Saints”. Diventa di moda e imperativo arruolarsi, come invitano a fare i Nobel per la letteratura Maurice Maeterlinck e Anatole France. Gli scienziati e le scoperte tedesche vengono screditati dal fisico Pierre Duhem, dallo zoologo Louis-Félix Henneguy e dal matematico Émile Picard. Henri Bergson afferma che la guerra alla Germania equivale a combattere la barbarie.

Lo studioso di Napoleone Frédéric Masson propone addirittura di abolire la musica di Richard Wagner per evitare la contaminazione della cultura francese, mentre Action française auspica la rimozione del tedesco dalle lingue studiate nelle scuole. Più di tutte spicca la figura di Maurice Barrès, acceso nazionalista che arringa il popolo francese scrivendo che Guglielmo II praticava il culto di Odino e depositando al Parlamento un progetto di legge che istituisce una festa nazionale dedicata a Giovanna d’Arco. Vi è chi asserisce che la lettera “K” doveva essere cancellata dai dizionari perché troppo tedesca. Ludwig van Beethoven non viene più suonato. Anche i Tedeschi, almeno fino al 1915, usano toni simili. Wilhelm Wundt sostiene che la guerra della Germania contro la Russia è una “guerra di civiltà”. Nell’Ottobre 1914 novantatré tra umanisti, scienziati e intellettuali tedeschi difendono l’operato dell’esercito pubblicando un appello rivolto “alle nazioni civili”. Un mese dopo Thomas Mann scrive un articolo in cui identifica il militarismo tedesco nella “Kultur”, ossia l’organizzazione spirituale del mondo, sostenendo che “la pace è un elemento che corrompe la civiltà a meno che non sia raggiunta dopo la vittoria della Germania in Europa”. Ernst Haeckel invoca sia la sconfitta della Russia sia del Regno Unito. Ernst Lissauer viene premiato per aver composto una “Canzone di odio contro l’Inghilterra” (Hassgesang gegen England).

Il Nobel per la chimica Wilhelm Ostwald è convinto che “la Germania ha tutte le qualità per meritarsi il predominio in Europa”. Dal 1915 i chierici tedeschi, visti i lutti di guerra e influenzati dal gran numero di intellettuali ebrei presenti tra le loro fila, si accostano a una maggiore pacatezza, mentre in Francia il nazionalismo intellettuale continua per tutta la durata della guerra. I diversi atteggiamenti sono verificabili anche guardando alla stampa dei due Paesi. In Germania i giornali pubblicano i comunicati dell’Agenzia Havas e i bollettini di guerra francesi che vengono pubblicati anche ne “La Gazette des Ardennes”, unico giornale autorizzato di lingua francese nella zona occupata dai Tedeschi. Il clima è in generale più rispettoso. Le opere di Molière non vengono mai vietate e il Frankfurter Zeitung rende gli onori al compositore francese Claude Debussy morto nel Marzo 1918, dedicandogli due colonne di giornale. La stampa francese è invece colma di roboanti quanto esagerati racconti di prima linea, pubblica solo i comunicati tedeschi favorevoli alla Francia e, soprattutto, è limitata da una forte censura che cala d’intensità solo con la nomina di Georges Clemenceau alla presidenza del consiglio nel Novembre 1917. Più libera è invece la stampa britannica che tuttavia non ha il permesso di uscire fuori dalla Nazione. Tutti i cittadini Europei furono responsabili della Prima Guerra Mondiale. Ma non si trattò di un campionato di calcio. Le conseguenze della Grande Guerra sono tuttora chiare, evidenti e distinte, investono gli equilibri geopolitico-economici ancora oggi e spiegano il collasso dell’Europa nel Mondo. Mai più la guerra, avventura senza ritorno!

© Nicola Facciolini